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Trekking nel Sosio. Vi racconto la mia giornata immerso in un fiume

Quanti chilometri distanziano l’uomo dal giardino dell’Eden?

Per chi vive in Sicilia, magari nella sua parte occidentale, pochi. Raggiungerlo non è difficile. Bisogna però alzarsi presto, armarsi di tanta determinazione, scarpe resistenti e di un equipaggiamento composto da piccole scorte di cibo e da una più sostanziosa riserva di liquidi.

Il paradiso terrestre è una fenditura nella montagna, uno squarcio di bellezza incontaminata, è la cesura tra il rumore della civiltà ed un dolce e continuo sussurrare di cicale e grilli.

Tra Chiusa Sclafani e Burgio, al confine tra le province di Palermo  e Agrigento, paesini arroccati sulla collina non molto distante dalle affollate spiagge di Sciacca e Seccagrande, Dio ha voluto offrire all’umanità un dono, una prova della propria esistenza. Ha creato per gli uomini (forse immeritatamente), un angolo celestiale dove riflettere sulla magnificenza del creato. Ha voluto donare vita facendo scorrere un fiume, il Sosio, che da secoli fluisce facendosi largo tra una fitta vegetazione di macchia mediterranea velata da imponenti rocce. Le montagne, alte, mastodontiche, sembrano essere state posizionate lì per proteggere il fiume.

Per nasconderlo, custodirlo, celandolo agli occhi di chi non lo merita. Una gola, un canyon naturale profondo e roccioso da secoli preserva gli otto chilometri di torrente. Un corso d’acqua figlio dei monti Sicani ma che ad un certo punto muta. Nel nome, diventando il fiume Verdura, e pure nella sua connotazione, antropizzandosi e incuneandosi tra gli agrumeti fino a sfociare a Torre Verdura, nel Mediterraneo.

La Valle del Sosio, attorno alla quale insistono diverse riserve naturali, è una porzione millesimale di Sicilia praticamente incontaminata. Un buon motivo, per chi scrive, di provare l’esperienza di un river trekking, di un’escursione immersi in un fiume. Noncuranti dei ciottoli e delle correnti, delle scarpe che riempite d’acqua e pietrisco rischiano letteralmente di esplodere.

Domenica 15 luglio, l’associazione Sicani Outodoor, nata dalle esperienze di quattro appassionati e conoscitori del territorio, Michele Termine, Paolo Vetrano, Carmelo Cancelliere, Pierfilippo Spoto, ha organizzato l’escursione.

Non è la prima volta, ma chi l’ha ripetuta giura che non solo è sempre meraviglioso avventurarsi, ma che le sensazioni di volta in volta differiscono. Pare che quest’anno, rispetto all’anno passato, le correnti siano state più energiche e il livello dell’acqua più alto. Per chi, come il sottoscritto è un neofita, ogni emozione è nuova.

La giornata comincia presto, quasi all’alba. Levataccia, partenza in auto, appuntamento in un bar di Burgio, da lì la carovana si sposta al fiume, nell’aperta campagna tra Burgio e Chiusa Sclafani, esattamente dove il “Ponte delle tredici luci” poggia i suoi pilastroni e dove la centrale idroelettrica San Carlo dell’Enel inghiotte acqua e pompa energia elettrica. Dopo i convenevoli, la presentazione delle guide, le raccomandazioni di rito, ecco che comincia l’avventura. Perché di avventura si tratta con tutte le connotazioni del caso.

Il battesimo, il primo contatto che si ha è con l’acqua e tale contatto rimarrà inscindibile per l’intero viaggio.

Acqua compagna fedele; acqua refrigerio dal caldo a volte asfissiante; acqua molesta. Fondamentale la dotazione. Scarpe da trekking, costume, maglietta traspirante, zaino in spalla, cappellino e occhiali da sole d’ordinanza. E tanta curiosità e determinazione.

Se non si è attrezzati con i tipici orpelli per professionisti del trekking serve armarsi di un ramo, variazione sul tema bastone, ausilio indispensabile per saggiare il terreno, per evitare di finire in una buca, inciampare in un grosso sasso, ma anche per cercare di mantenere l’equilibrio. L’equilibrio d’altronde è sempre precario.

Ogni metro che si avanza nell’acqua è una battaglia contro la corrente, contro il muschio che fa scivolare, contro ciottoli (i cuticchi) e quegli scalini che sorprendono l’incedere, composti da sassi imprevedibili e ostici. Ogni metro che si divora è una vittoria con se stessi, è motivo per vantarsi magari canzonando i compagni di viaggio finiti con mani, ginocchia e faccia a mollo.

A proposito dei compagni di viaggio. Ce ne sono di ogni risma. La casalinga, il medico, l’operaio, l’impiegato, una pattuglia di ragazze, un gruppetto di trentenni. Ma anche il viaggiatore solitario, lo sportivo, il geologo, lo studioso. Un mondo variegato. Come variegata è la flora circostante. “Vedi questo è il giunco – mi dice  indicandomi un piccolo cespuglio  Paolo Vetrano, un omone dalla faccia simpatica e affidabile da me scelto come Virgilio –, si piega sotto la forza dalla corrente, della piena, ma non si spezza.

Da qui il detto calati juncu ca passa la china”.

Nelle lunghe ore sotto il sole cocente si gode della bellezza della gola ma anche dei racconti dei compagni di viaggio. “Non mi perdo un’escursione, mi sveglio la mattina presto, mi metto in macchina, faccio molti chilometri ma ne vale davvero la pena. Hai visto che colori, che bellezza”. Giusy è una mamma, e da quando ha scoperto Sicani Outdoor non si perde una gita nella natura incontaminata. La coppia di medici, con tanto di figlioletta al seguito, usa nei miei confronti parole di incoraggiamento. “E’ la prima volta per te?, vedrai che ti piacerà”. Ed hanno ragione.

Peccato per le gambe sempre più stanche, per le ginocchia che danno le prime avvisaglie di volere cedere, per le scarpe che si slacciano in continuazione, per qualche caduta buona a fare scompisciare dalle risate chi mi sta vicino. Ma lo spettacolo è incantevole. Alzando lo sguardo si può ammirare le magnifiche e imponenti cascate della Gristia, con i fiotti d’acqua che sembrano danzare lungo la dorsale della roccia sulla cui cima è stato persino eretto un castello. Nel bel mezzo del tragitto, sul greto del torrente, si incontra pure un piccolo accampamento di tende dove una comitiva di campeggiatori ha trascorso la notte.

Le pause del gruppo sono segnate dalla presenza di radure o di nache, piccoli laghetti dove ci si può pure tuffare per un bagno, trovando refrigerio dall’afa.

Dopo qualche rallentamento, si raggiunge la vecchia centrale idroelettrica.

E’ l’occasione per fermarsi, ritemprarsi dalle fatiche, rifocillando il corpo e dando tregua alle gambe. Ristoro per la pancia e per le membra. La vecchia centrale è un fabbricato oramai sventrato dal tempo. Costruito negli anni ’30 è stato abbandonato 40 anni dopo, sostituito a valle dalla nuova centrale San Carlo. La pausa resta necessaria ma troppo breve per consentire un pisolino.

Si riparte. Asfissiato dal caldo decido di togliermi la maglietta, convinto anche della difficoltà del tratto a venire e dalle insidie del fiume. Se il livello dell’acqua fino a quel momento non aveva superato le ginocchia, adesso, e in parecchi tratti, l’acqua supera l’ombelico, bagnando il collo. Il grosso del gruppo, esausto. Si ferma dove negli anni passati, quando la centrale funzionava, era stata realizzata una chiusa che deviava il corso del fiume. Della chiusa, della piccola diga, è rimasto soltanto parte di una parete. In quello spazio, su quel greto che si allarga sotto la roccia, molti trovano posto per riposarsi, approfittando del sole che picchia e magari guadagnandoci pure la tintarella. Io, assieme ad un manipolo di intrepidi continuiamo. Non ci fermiamo mica!

La difficoltà del percorso aumenta.

Rapide anche aggressive, livello dell’acqua che si innalza, i vuoti nel letto che si moltiplicano. Ma è il giardino dell’Eden l’obiettivo finale. Passeranno ore e più di un chilometro ma alla fine il premio arriva. Ed è un podio. Superando una sorta di arco scolpito nella roccia, quasi come l’ingresso di una grotta, come se fosse una porta, ecco il paradiso all’improvviso.

Altre nache, stavolta con le rupi a formare dei gradini che disegnano delle vasche. Le correnti contribuiscono ad un naturale effetto idromassaggio. Una Jacuzzi ricavata nel canyon. E’ incredibile come la natura possa offrire uno spettacolo del genere. Il tempo a disposizione è ristretto, ma si ha avverte quasi la necessità, l’esigenza, il bisogno fisico di restare il maggiore tempo possibile immersi in quelle nache, con la corrente che ti massaggia la schiena.

E’ il luogo perfetto per fuggire da ansie, stress, dalla schiavitù dei cellulari, dalla dittatura delle agende, dall’impertinenza dei social, dal pressante passo delle lancette.

A malincuore si torna indietro, stavolta con la corrente favorevole, ma stando attenti a non inciampare, a non finire con il sedere e la faccia sott’acqua. Si intercetta il “gruppone”, si mette a disposizione il braccio per aiutare chi ne ha bisogno a superare le tante insidie, a dribblare ostacoli. Parte del rientro si percorre sulla terraferma, lungo un sentiero che costeggia il corso d’acqua. Il sole nel frattempo comincia a calare, sono quasi le sette di sera. All’orizzonte si staglia la forma del “Ponte delle tredici luci”. E’ il capolinea.

Si avverte un misto di sensazioni discordanti. La fine significa la conclusione del martirio per piedi e ginocchia, il rimarginare dei lividi su braccia e gambe, ma allo stesso modo l’amarezza per un arrivederci che si approssima. Un distacco dalla gola, dal fiume, dalla lussureggiante macchia mediterranea, dall’acqua verso cui si è oramai fatti l’abitudine a starci con i piedi immersi.

Il trekking fluviale finisce.

Ci si saluta con i compagni di viaggio: ci si scambia pacche e baci sulla guancia, numeri e contatti social. Si torna alla quotidianità, di nuovo schiavi del tempo dopo una giornata in cui il tempo è stata una variabile del tutto secondaria.

(Le foto pubblicate sono tratte dalla pagina Facebook ufficiale di Siciliani Outdoor)

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Giuseppe Taibi

Giuseppe Taibi

Nell'eterno dilemma tra l'essere siciliano di scoglio o di mare aperto, Giuseppe Taibi non ha dubbi: lui che non riesce a stare lontano dall'Isola per più di un mese è di sicuro un siciliano di scoglio. Troppo forte l'amore per la sua terra che il trentaquattrenne cronista, racconta da da più di dieci anni sul Giornale di Sicilia. Da inviato del settimanale Siciliaoggi si è occupato di immigrazione e politica regionale. Blogger, ha ideato il progetto “Cartastampata”. Studioso dei fenomeni mafiosi e della storia di Cosa nostra, ha tenuto diversi incontri sulla legalità nelle scuole della sua regione. Attualmente è impegnato nella realizzazione di documentari impegnati e video inchieste.

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