Le Storie

Sutera, vecchia miniera torna alla luce grazie alla testardaggine di un assessore

Il liutaio statunitense Oliver Gibson fonda il suo impero delle chitarre. Sir Arthur Conan Doyle viene nominato Baronetto grazie al romanzo storico The Great Boer War. Peter Pan compare per la prima volta nel romanzo L’uccellino bianco di James Matthew Barrie.

Intanto, in quel 1902, agli albori del XX secolo, in una Sicilia ancestrale da incorniciare nelle vecchie foto in bianco e nero, dei “carusi” giocando a fare gli archeologi scoprono nel sottosuolo di Sutera, paesino calato nel cuore della Sicilia, l’oro del diavolo. Una miniera di zolfo sotto la pancia di Monte San Paolino. La manna caduta dal cielo ed infilatasi sottoterra. Una benedizione per una comunità che fino ad allora conosceva solo il mestiere del contadino. Per molti San Paolino, patrono ed “inquilino” del vecchio monastero che sovrasta il paese, aveva fatto il miracolo.

Sulla proprietà di quel buco che porta verso il “paradiso negli inferi” arrivano le rivendicazioni dei nobili e del Comune. La miniera, nonostante i contenziosi, si apre, e resta aperta per tre anni, dando lavoro (malpagato) e speranze (rivelatesi troppo brevemente malriposte).

Ma il monte San Paolino, che i suteresi guardano con affetto e reverenza, troppo presto ritira la sua benevola protezione. Un giorno una porzione della rocca frana, travolgendo la miniera e portando con se nell’abisso una donna che stava dormendo nella sua abitazione situata ad un soffio dalla roccia. Il sogno resta sepolto a 25 metri sottoterra.
Sutera sembra volere cancellare il ricordo di quell’impresa troppo breve, se non collocarlo in maniera sbiadita nei ricordi degli anziani di oggi.

Fino a quando, un secolo dopo, un assessore determinato e testardo (d’altronde la testardaggine è la peculiarità tipica dei suteresi) decide di riportare alla luce la vecchia miniera.

Nino Pardi, segno particolare sconfinato amore per il suo paesino e per la sua storia, comincia un lavoro certosino ed impegnativo.

Per prima cosa rispolvera la vecchia galleria lunga 250 metri nella quale un tempo sfilavano i carri pieni di sassi canarini: un cunicolo praticamente integro per almeno una trentina di metri e che dalla periferia del borgo si spinge fino alle falde della montagna. Fino a quella strozzatura, risultato di continui cedimenti, che oggi non consente di andare oltre.

Pardi non si ferma. Si impegna su un altro fronte, riportando alla luce i forni gill in cui, attraverso una fusione, lo zolfo veniva separato dal minerale greggio. “Ho cominciato a scavare e a poco a poco la struttura dei forni veniva alla luce. Li ho liberati dalla terra in cui erano immersi”. Ma non bisogna pensare a Nino Pardi come un ad archeologo solitario.

Oltre a smuovere la terra ha smosso l’interesse di amici, colleghi consiglieri ed assessori, conoscenti e cittadini mossi semplicemente dalla voglia di rendersi utili. Chi ci ha messo le braccia, chi i badili, chi persino un escavatore. Forza fisica ed entusiasmo. Ora i forni sono riemersi dall’oblio e riaffiorati dalla terra, ed in quel lembo di Sutera in cui oramai troneggiano queste campane di mattoni, Pardi sogna un’area attrezzata aperta al pubblico con la collaborazione della Forestale e la concessione di un accesso all’area da parte di Caltaqua.

Caltacqua e la Forestale non sono gli unici soggetti che fanno da sponda alla battaglia dell’assessore.

Dal 2015 – spiega – da quando ho avviato questo mio progetto posso contare sulla collaborazione preziosa del Distretto Minerario di Caltanissetta ed in particolare del capo, l’ingegnere Michele Brescia”. Ed in più un gruppo di speleologi è stato coinvolto soprattutto nelle ispezioni di un’altra bocca della miniera, quella che si apre sul lato della montagna che si poggia su uno spicchio di paese.

Tutti hanno accettato con entusiasmo la proposta di Pardi, condividendo l’obiettivo di fare riemergere dalle viscere della terra, e soprattutto dall’oblio in cui sembrava essere segregata, la vecchia e antica miniera di San Paolino.

Quel paradiso degli inferi che per tre anni regalò speranze e lavoro ai suteresi. Oltre a quintali di oro del diavolo.

Articolo precedente

Riesi, a lezione di pasticceria dai grandi chef

Articolo successivo

La Pop Art di Andy Warhol in mostra a Palermo

Giuseppe Taibi

Giuseppe Taibi

Nell'eterno dilemma tra l'essere siciliano di scoglio o di mare aperto, Giuseppe Taibi non ha dubbi: lui che non riesce a stare lontano dall'Isola per più di un mese è di sicuro un siciliano di scoglio. Troppo forte l'amore per la sua terra che il trentaquattrenne cronista, racconta da da più di dieci anni sul Giornale di Sicilia. Da inviato del settimanale Siciliaoggi si è occupato di immigrazione e politica regionale. Blogger, ha ideato il progetto “Cartastampata”. Studioso dei fenomeni mafiosi e della storia di Cosa nostra, ha tenuto diversi incontri sulla legalità nelle scuole della sua regione. Attualmente è impegnato nella realizzazione di documentari impegnati e video inchieste.

No Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *