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Soft Wall, a Catania l’arte d’avanguardia di Pablo Echaurren

Negli spazi del Palazzo della Cultura di Catania si è tenuta fino al 14 gennaio la mostra Soft Wall. 

E’ una retrospettiva sulle opere di Pablo Echaurren, pittore e scrittore della controcultura italiana degli anni Settanta, ancora oggi in grado di fare della sua arte uno strumento comunicativo potente e mai banale. La mostra, organizzata da “Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneoa cura di Francesca Mezzano, è soltanto una dei numerosi eventi ospitati recentemente dal Palazzo della Cultura (dal 7 febbraio si potrà visitare anche la mostra su Henri de Tolouse-Lautrec, artista simbolo della Belle Epoque parigina).

Soft Wall – Tra Street Art e Fisica

Il titolo della mostra – Muro Soffice – allude all’importanza che Echaurren ha come precursore della Street Art: le sue tele sono veramente dei “muri soffici”. Anticipando murales, graffiti, tecniche all’avanguardia, è stato uno dei primi a cogliere l’importanza della strada, in ogni sua accezione, e a portarla nel mondo fino ad allora protetto dell’arte.

C’è di più. L’espressione Soft Wall è utilizzata anche in fisica quantistica per descrivere una sorta di taglio dello spazio-tempo: qualcosa in grado di cogliere l’aspetto inimmaginabile, profondamente nascosto e vero dell’universo. Come l’arte di Echaurren.

Gli Indiani Metropolitani

Echaurren iniziò la sua attività artistica all’interno degli Indiani Metropolitani, l’ala creativa (come si autodefinivano) del Movimento del ’77, sorta di “revival” dei più noti sessantottini. All’interno della mostra è stato possibile assistere a un esauriente documentario che vede protagonista lo stesso Echaurren e altri esponenti del Movimento a proposito (oltre che delle opere dell’artista) dell’esperienza degli Indiani. Ricordano tutti col sorriso sulle labbra i tempi di “gioventù, libertà e stupidità”, senza evitare di criticare alcuni aspetti poco edificanti di un movimento comunque fondamentale per la controcultura in Italia.

OASK!?

Le opere di Echaurren si presentano al visitatore in ordine anticronologico, divise in sezioni, da quelle più recenti ai manifesti degli anni ’70, sotto lo slogan di Oask!?, ripreso anche in Voglio fare una scritta, una delle tele contemporanee.

È nelle prime opere che si coglie l’essenza di un mondo di lotte politiche e rivendicazioni di diritti intrecciate al desiderio di libertà illimitata e di trasgressione. Non è un caso che il manifesto e le fanzine Oask?! siano stati scritti ricalcando il Manifesto Futurista di Marinetti: gli Indiani Metropolitani si vedono come continuatori dell’avanguardia futurista, limitandosi però alla dimensione artistica e ribaltandone di fatto il messaggio politico. Le “parole in libertà” sono quanto i fricchettoni (dall’inglese freak, “eccentrico, stravagante”) riprendono dall’ultima avanguardia artistica italiana, fino ad allora, e spesso anche oggi, liquidata con disprezzo.

I nuovi graffiti

La prima sala è uno shock per il visitatore: veri “graffiti” realizzati su tela, tutti creati negli ultimi anni, all’apparenza incomprensibili. Sono opere dell’Echaurren maturo, cambiato ma non disincantato: sono opere politicamente scorrette, dissacranti, ancora ribelli. Nonostante la difficoltà del primo impatto, con qualche sforzo si può comprendere il senso di segni importati dalla strada. Come i veri graffiti, le tele dell’artista contengono scritte su scritte, è tutto sovrapposto, per mancanza di spazio, o, forse, di libertà. Decifrarne il significato può all’inizio sembrare un gioco, ma c’è talmente tanto potere dietro queste parole da trasformare in poco tempo il gioco in seria riflessione.

La Questione Murale

La seconda sezione è dedicata alla Questione Murale, opere complesse, spinte fino al satirico, realizzate attorno alla caduta del Muro di Berlino e che sono la fotografia di un mondo spaccato, realizzata da chi stava facendo di tutto per ricucirlo. Nonostante non sia affatto semplice cogliere il significato completo delle tele, tutte colpiscono per la potenza comunicativa. Basti pensare a The Fall of the Wall con il serpente giallo-rosso-nero decapitato.

 

 

 Make Art, Not Money

Ma il significato profondo della produzione artistica di Echaurren si trova nella sala Make Art, Not Money (“Fate arte, non soldi”, parafrasando il ben noto “Make Love, Not War”). In queste opere sta tutta la complessità di un artista moderno e dei valori solo apparentemente in contraddizione che prova a trasmettere: l’arte come assoluta libertà, e l’arte non come fine, ma soltanto come mezzo. È lo stesso Echaurren a proporci la soluzione di questo paradosso: “L’arte è un valore d’uso, non di scambio”.

Le opere di questa sala sono complesse, ricche di giochi di parole e riferimenti (anche qui anticipando la Street Art). Basti pensare a WART (crasi tra War, guerra, e Art, arte) o Combat Painting, una sorta di tremenda macchina che, illudendosi di produrre arte, in realtà la distrugge. Esemplare il gioco di parole ART – TRADE, (arte-commercio), dove ART è una sorta di riflesso monco di TRADE.

È questa la lezione più importante di Echaurren e delle sue opere, un messaggio forse troppo facilmente ignorato, di un’Arte che si libera dagli ingranaggi distruttivi del mercato per farsi finalmente politica nel senso più alto e completo del termine.

La mostra trasuda impegno politico, sete di libertà e ribellione: niente di scontato in un mondo dove la cultura è sempre più vicina al denaro che alla politica.

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Vincenzo Nugara

Vincenzo Nugara

Più che un viaggiatore mi definirei un pendolare. Innanzitutto nel senso tradizionale: viaggio da anni dal mio paese, San Giovanni Gemini, prima per frequentare il Liceo Classico, ora per studiare Fisica. L’essere pendolare cambia inevitabilmente il modo di pensare, l’idea stessa di casa, di viaggio, di mondo. E così ho cominciato a fare il pendolare anche in un’altra dimensione: l’Arte. Ho iniziato a viaggiare incessantemente tra la Letteratura, le Arti Figurative, il Teatro, la Musica e il Cinema. Solo così ho imparato ad amare insieme Kubrick e Moresco, De André e Tarantino, Messi e Leopardi (sì, Messi è nelle Arti Figurative). Cosa c’è di particolare nell’essere pendolare? La necessità di ritornare sempre, e il non sapere se e dove il viaggio si concluderà.

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