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Sicilia Felicissima: il contest che premia design, comunicazione e territorio

Sicilia Felicissima osserva la bellezza che si fa in Sicilia!

Un festival di cinema Queer, un microbirrificio artigianale, un’azienda agricola specializzata in prodotti raffinati e biologici. E poi ristoranti, aziende vinicole, un’associazione contro il pizzo, creatori di carte siciliane e persino un parco astronomico. Queste sono soltanto alcune delle aziende che hanno commissionato i loro progetti grafici ai concorrenti del primo contest Sicilia Felicissima, dedicato a Design, Comunicazione Visiva e Territorio e promosso da Abadir – Accademia di Design e Arti Visive insieme ad Aiap (Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva) e all’azienda Caffè Moak.

La seconda edizione del concorso è stata presentata al Convegno Sicilia Felicissima, tenutosi al Coro di Notte del Monastero dei Benedettini di Catania martedì 5 dicembre. Contestualmente sono stati presentati al pubblico i progetti vincitori della prima edizione del contest.

Il Convegno

Noi siamo stati al convegno, ma non ve lo raccontiamo con gli occhi di un esperto di design, perché Sicilia Felicissima è andato effettivamente oltre il design: il tema centrale è stato molto più ampio e certamente più complesso. Il dibattito, coordinato dal direttore scientifico di Abadir, Vanni Pasca, ha visto avvicendarsi diversi esperti: Cinzia Ferrara, presidente AIAP, Giuseppe Parello, direttore del Parco Archeologico della Valle dei Templi, Gianni Di Matteo, presidente dell’ADI Sicilia. Momento cardine la tavola rotonda conclusiva che ha visto protagonisti gli esperti intervenuti e Davide Bennato, professore al corso di Scienze della Comunicazione all’UniCt.

I Temi

Si è parlato di conciliare la tradizione e l’innovazione, uscendo dai facili stereotipi sull’argomento e soffermandosi sulla necessità di dover rinunciare a una parte, per quanto piccola, di se stessi per aprirsi al mondo. Si è discusso di folklore e di folklorismo, di luoghi comuni da superare per vivere quella che secondo le parole di Vanni Pasca è l’unica dimensione di cui ci è concesso godere: la contemporaneità. È stato descritto il sottile discrimine tra la narrazione autentica, archetipica, e lo storytelling tutto volto al marketing. Sono state presentate nuove proposte per comunicare l’archeologia e si è sottolineato il valore del marchio siciliano.

Due comunque gli argomenti portanti: l’identità, o meglio l’eccesso di identità dei siciliani, come ha precisato il prof. Di Matteo, e il rapporto estremamente complesso tra imprenditori, professionisti, cultura internazionale e pubblico: la sfida è raggiungere il difficile equilibrio tra queste componenti.

Le parole dei protagonisti

Iniziamo con il prof. Vanni Pasca.

Nel corso del dibattito è emerso chiaramente che se ci si vuole veramente affermare in un contesto più ampio si deve necessariamente rinunciare a parte della propria identità. Lei cosa è disposto a perdere?

“Non mi pongo il problema e non mi piace fare calcoli prima: sono affascinato dalla novità, penso dopo alle conseguenze”.

Lei ha parlato anche della possibilità (e del dovere) di ‘tenersi aggiornati’ su ciò che accade nel proprio campo di interesse nel resto del mondo.

“Chi non è imbecille si tiene aggiornato su quello che succede nelle altre nazioni. Ma questo accade da sempre, non solo nella storia del design, ma delle arti in generale”.

Non pensa che oggi, con una possibilità di comunicazione così elevata, ci sia il rischio di perdersi nel mondo a cui abbiamo accesso diretto?

“C’è la paura di perdersi, e ovviamente c’è anche il pericolo. Non è sbagliato avere paura, ma dobbiamo essere disposti a correre il rischio. Un poeta siciliano che sicuramente non conoscerai, Lucio Piccolo, cugino di Tomasi da Lampedusa, stava seduto nel suo parco e scriveva un libro sull’inutilità di viaggiare. In realtà lui aveva un modo suo per viaggiare, un rapporto col mondo. Era la storia, che deve essere conoscenza, ricchezza, non una palla al piede”.

Queste invece le parole del prof. Gianni di Matteo.

Un rapido commento sulla giornata.

“È un’occasione per parlare di comunicazione visiva e comunicazione del brand Sicilia. Evento non frequentissimo dalle nostre parti”.

Lei ha parlato dell’eccesso di identità tipico di noi siciliani. Secondo lei dovremmo liberarcene o esserne fieri?

“Né l’uno né l’altro. L’eccesso di identità c’è, lo abbiamo più di altre regioni e di altri popoli. È un punto di vantaggio in una società globalizzata. Io non sono d’accordo con il linguaggio internazionalista che non distingue le identità. Si tratta di non tradurre l’essere siciliani in modo grottesco, in caricatura del folklore, in stilemi. Se si frequentano troppo gli stereotipi il rischio è di manifestare una debolezza”.

Per lei allora che significa l’essere siciliano?

“La casualità di una nascita in una terra bellissima”.

E questo che conseguenze ha avuto sulla sua vita?

“Saper gestire l’arte di arrangiarsi e saper trarre frutto facendo di più con meno, come dicevano i maestri”.

Se dobbiamo aprirci al mondo, “internazionalizzarci”, dobbiamo accettare un compromesso, dobbiamo perdere qualcosa?

“Sì, se parliamo di identità e di stilemi. Molto poi dipende dal pubblico che vogliamo raggiungere. Nel mio intervento ho fatto riferimento a un video in cui Farinetti parlava delle singole arance vendute a 9,80$ l’una. Non so se questo sia un paradosso ma è a questo che dobbiamo tendere. Noi abbiamo un’identità, un patrimonio e un paesaggio che è lusso, e come tale dobbiamo trattarlo con cura e consapevolezza. Il compito sta nel non svilirlo a caricatura”.

Infine un aneddoto raccontato a conclusione del convegno dal professor Pasca, che racchiude in sé molto di quello che è stato detto.

Nella splendida biografia che suo figlio Jean scrisse, Pierre-August Renoir racconta di quando ogni artista produceva da sé i propri colori e ognuno aveva delle sue sfumature tutte personali. Poi sono arrivati i colori in tubetto, e si sono perse tutte queste diverse tonalità: i colori erano uguali per tutti. Ma, riflette Renoir, se non fossero arrivati quegli stessi colori non ci sarebbe mai stata la pittura en plein air, e ovviamente nemmeno l’Impressionismo. Non mi sembra sia andata così male alla fine.

 

Tutte informazioni sul concorso e sul convegno su www.siciliafelicissima.it

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Vincenzo Nugara

Vincenzo Nugara

Più che un viaggiatore mi definirei un pendolare. Innanzitutto nel senso tradizionale: viaggio da anni dal mio paese, San Giovanni Gemini, prima per frequentare il Liceo Classico, ora per studiare Fisica. L’essere pendolare cambia inevitabilmente il modo di pensare, l’idea stessa di casa, di viaggio, di mondo. E così ho cominciato a fare il pendolare anche in un’altra dimensione: l’Arte. Ho iniziato a viaggiare incessantemente tra la Letteratura, le Arti Figurative, il Teatro, la Musica e il Cinema. Solo così ho imparato ad amare insieme Kubrick e Moresco, De André e Tarantino, Messi e Leopardi (sì, Messi è nelle Arti Figurative). Cosa c’è di particolare nell’essere pendolare? La necessità di ritornare sempre, e il non sapere se e dove il viaggio si concluderà.

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