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San Giovanni Gemini, un viaggio nel mondo concettuale di Giovanni Philippone

Il Centro Espositivo Palafiere di San Giovanni Gemini ospita, dall’8 dicembre e fino al prossimo 15 gennaio, la mostra di Giovanni Philippone.

Più che una mostra un percorso alla scoperta del pittore Philippone, ma soprattutto del suo mondo concettuale, di quei temi a lui cari, che con maestria è riuscito a imprimere su una tela grazie a colori e pennelli.

L’ARTISTA

Nato a San Giovanni Gemini, nell’Agrigentino, e da lì poco più che adolescente partito per Palermo, che allora, alla fine degli anni ’30, sembrava una città lontana, la cui bellezza spaventava e al contempo affascinava chi, con umiltà e semplicità, le si avvicinava. Partito forse troppo presto, senza lasciare che il suo paese, potesse in qualche modo tagliare il cordone ombelicale che lo tratteneva al ricordo indelebile delle campagne infuocate dal vento dell’estate. Quel giovane ricordò sempre il suo paesino,anche quando, grazie alla fama raggiunta nel tempo, fu a Milano, Parigi e in moltissime altre capitali europee. E fu proprio il suo paese, come fa d’altronde ogni angolo della Sicilia, a fargli il dono dell’ispirazione d’una vita.

Un pittore che visse lontano dalla sua terra, ma che seppe comunque amarne ogni suo aspetto, creando opere meravigliose con il semplice scopo di sentire in minor modo la mancanza di casa.

Questa è la storia di Giovanni Philippone, raccontata ancora una volta mediante i suoi quadri.

LA MOSTRA

“La mostra ha avuto soprattutto all’inaugurazione una grande affluenza di gente. I giovani poi sono stati numerosissimi finora, ed è questo quello che ci rende più felici” dice Domenico Filippone, nipote del pittore. Viene dunque spontaneo chiedersi se Giovanni Philippone ancora oggi a distanza di anni parli alle nuove generazioni. E la risposta è sicuramente affermativa. La verità è che questo pittore parla di cose adesso più che mai attuali e con l’opera della sua vita propone un cambiamento di rotta, una visione diversa della Sicilia, un’esortazione a rimanere per salvare ciò che di bello è ancora possibile trarre da questa meravigliosa terra.

Parlano quei volti ritratti e “sfregiati” da una pennellata grossolana, ma al contempo precisa, ed esprimono quell’anzianità di una terra sferzata dai venti dell’Africa, quella saggezza di cui ognuno dovrebbe fare tesoro.

E persino quei girasoli e quegli ulivi, di cui si apprezzano soprattutto le nervature, spaventosamente simili a profondissime rughe,  sembrano sussurrare all’osservatore la vera essenza dell’uomo: un’appendice della natura con radici e linfa che lo tengono legato a questa vita.

Passeggiando all’interno della sala dove, è giusto sottolineare, si trovano alcuni dei quadri più importanti del pittore, giunge subito agli occhi un altro particolare: la scelta dei colori, che in alcuni quadri donano allo spettatore sfondi cupi e oscuri. Da qui un altro importante punto chiave dell’opera di Philippone: il tema della maternità. Infatti sembra come se questi ritratti di anziani, di contadini, di animali da allevamento, di campagne, provengano non dalla realtà, ma dal luogo in cui la realtà si forma e cioè il ventre buio di una madre. Sembrano infatti parlare anche quelle madri ritratte mentre allattano i propri figli, come a voler esprimere di essere consapevoli del fatto che aiutando il figlio a crescere lasceranno che il momento della separazione da esso si avvicini sempre di più.

La campagna ritratta da Philippone pare rimandi alla serenità di una vita parca, umile e semplice, allegoria dell’uomo puro, innocente e non ancora corrotto dalla società sofferente di un tumore che si chiama interesse personale, frenesia, denaro.

È l’uomo quindi il protagonista dell’opera di Giovanni Philippone, che diviene attore fondamentale nella spettacolarità del rapporto con una natura più che generosa e quanto mai gioiosa. Il pittore, con i dipinti “Il marinaio” e “Il timoniere”, annoverati tra i suoi capolavori insieme al dipinto “La croce”, propone la figura dell’uomo-navigante che ha il timone della propria vita stretto nelle mani, saldo tra le dita.

È in questo scenario che si colloca la realtà rappresentata nei quadri Giovanni Philippone.

É bene inoltre considerare che di questo maestro e della sua abilità gioirono moltissimi grandi artisti del suo tempo che lo conobbero in prima persona: Philippone infatti collaborò, tra i tanti, con Guttuso e Paganin, e di lui parlò anche Sciascia, le cui parole riportate all’ingresso del Palafiere accolgono il visitatore dela mostra antologica: “Ci sono poi le facce: dei contadini, delle donne e starei per dire, degli alberi: queimandorli dai tronchi contorti e spaccati che sembrano sopravvissuti a un incendio. E l’incendio c’è, ed è quello dell’estate. Philippone ne coglie il riverbero anche negli interni, sui corpi delle dure veneri terrestri”.

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Ciccio Riolo

Ciccio Riolo

Ispirandomi alle parole del poeta Antonio Machado, mi piace definirmi un "camminante senza cammino", un pellegrino che non percorre solo strade, ma volti, sensazioni ed emozioni della gente che incontra lungo il suo viaggio. E vi assicuro che di gente se ne incontra di tanti tipi: c’è il tipo sportivo, quello riflessivo, il dolorante, il caparbio, il silenzioso, il goliardico e molti altri ancora. Nel 2016 sono partito per il Cammino di Santiago dal mio paese, Cammarata, con i miei 16 anni, uno zaino, un guitalele e un amico speciale. Sono partito per conoscere tutte le sfumature che l’uomo-viaggiatore acquisisce quando cede alla natura. Al mio ritorno tuttavia avevo solo una certezza: dove era finito il mio cammino, era iniziato il vero Cammino, la vita. Avevo finalmente un posto nel mondo. Questa consapevolezza mi ha spinto a creare, insieme ad altri ragazzi, Tetrablog, un'organizzazione il cui obbiettivo è la diffusione dell'arte senza censure, in tutte le sue forme.

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