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Pyongyang Rhapsodody, Trump e Jong-un secondo Papeschi e Ferrigno

12 giugno 2018: avviene lo storico incontro tra il presidente Donald Trump e il leader Kim Jong-un.

Sette mesi dopo, a Palermo, si “celebra” la pace tra Stati Uniti e Nord Corea. Che nella rappresentazione di Max Papeschi e di Max Ferrigno, diventa il palcoscenico surreale di un confronto forzato e irridente, grottesco ed inverosimile. Che i due artisti sbozzano ad arte, creando un gioco di specchi tra i due personaggi: e dichiarando senza trucco e senza inganno, la loro spasmodica fascinazione nei confronti dei due leader, ognuno a suo modo, totalitario.

Papeschi non è nuovo a questo genere di operazioni: si è già fatto “apprezzare” dal brillante compagno, che ha tratteggiato in maniera esilarante nel progetto Welcome to North Korea (realizzato in collaborazione con Amnesty International), fittizia e parodistica propaganda di regime per svelare gli orrori perpetuati da Kim Jong Un. Ora prende vita questo nuovo progetto rafforzato dalla mano irriverente di Max Ferrigno: promossa dal Comune di Palermo e organizzata dalla neonata Fondazione Jobs, inaugurata giovedì 24 gennaio (rimarrà aperta fino al 24 marzo) allo ZAC dei Cantieri Culturali alla Zisa, a Palermo, “Pyongyang Rhapsody | The Summit of Love” ”, curata da Laura Francesca di Trapani.

In questa parodistica rappresentazione del tanto atteso meeting, sotto i riflettori dei due artisti finiscono sia il vecchio compagno di giochi Kim Jong-un, che l’(ormai ex) acerrimo nemico Donald Trump.

Max Ferrigno

Tra i quali si gioca una “partita di tennis” a colpi di simboli ed immagini irridenti: se da un lato troviamo Kim Jong-un in versione Santa-Kalì, dall’altro vediamo Donald Trump/dio Ra del denaro; se a destra chiama un Monopoli targato Nord Corea, a sinistra gli risponde il Gioco dell’Oca degli States; se Trump si sostituisce a Gesù nell’ Ultima Cena di Leonardo, per ritrovarsi solo, in mezzo ad un vuoto cosmico, Kim ruba il posto alla Venere di Botticelli, e si circonda solamente di cloni del suo pupillo, il giocatore di basket Dennis Rodman. Un carosello d’immagini mostruosamente iconiche che rivelano l’assurda realtà di una pace tanto acclamata quanto teatrale, anzi farsesca. Al rimpallo delle immagini dei due leader – lungo le pareti dello ZAC – fanno da contraltare, in un vortice di colori degno della migliore tradizione hippie, le bandiere della Nord Corea, rivisitate da Max Ferrigno, nelle quali il simbolo del paese asiatico è tradotto in chiave pop-erotica, portando così agli estremi l’aspetto ironicamente romantico di questo “summit of love”. Alla fine del percorso espositivo, proprio di fronte all’entrata del lungo capannone, appaiono due pin-up/soldato, tipiche dell’immaginario figurativo di Ferrigno, che salutano il pubblico con uno

Max Papeschi

sguardo a prima vista languido, ma che lascia intravedere un’anima torva, sintesi cristallina del dualismo su cui è imperniata la mostra che gioca sul confine tra reale e surreale.

Kim e Donald, personalità identiche, coinvolti in un continuo confronto di superego grotteschi. Papeschi e Ferrigno ne sono certi, senza ombra di dubbio: uno dittatore per eredità familiare, l’altro eletto presidente per votazione democratica, sì, ma con la vocazione da dittatore. Potrebbero essere due fuoriusciti per sbaglio da un cartoon dei Simpson, se non occupassero spazio nei telegiornali.

Sono due modi diversi di raccontare uno spettacolo terribilmente reale: dove Max Papeschi irride, con un livello di lettura immediato, Max Ferrigno analizza, spingendo verso un significato sotto traccia. Se Papeschi decontestualizza i protagonisti inserendoli in contesti di immediata comprensione ma politically incorrect – Trump al centro de L’ultima cena leonardesca -, Ferrigno sostituisce i simboli, le bandiere e i ritratti del leader, con immagini commerciali come sexy toys e pin up aggressive, veri marshmallow in chiave erotica. Ciò che da anni in Papeschi è denuncia fuori dai denti, in Ferrigno diviene debito e riflessione a colpi di personaggi che saltano fuori dal pianeta manga/anime di Tatsuo Yoshida o di Sensei Go Nagai. Pur con mezzi e argomenti diversi, i due artisti sembrano condurre verso un unico campo di battaglia, quella piega spazio/tempo in cui si incontrano realtà e finzione. Ma il problema è altrove: se queste immagini possono sembrare veritiere, vuol dire che è il Presente ad essere tendenzioso.

 La mostra – che ricade tra le manifestazioni di Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018 ed è promossa dal Comune di Palermo – è organizzata dalla neonata Fondazione Jobs, nuovo progetto dedicato all’arte contemporanea nelle sue diverse forme, che ha trovato una sede nell’antico Palazzo Castrone di Santa Ninfa, nel cuore della Palermo storica.

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