Itinerari

Patti Holmes alla scoperta della Kalsa con la guida d’eccezione Loredana Cannova

La vostra Patti Holmes, domenica 11 marzo, in una giornata estiva e dal cielo terso, ha voluto tuffarsi alla scoperta del quartiere della Kalsa.

Un’emozionante passeggiata che ha avuto in Loredana Cannova una guida caricante, entusiasta e incuriosente.

Appuntamento con tutto il gruppo e la sua capitana alle 9,30 all’arco di Porta dei Greci, una delle porte della città lungo il Foro Italico, per poi penetrare nella “eletta”, chiamata al Halisah dai Mori per distinguerla da tutto ciò che vi era intorno. In effetti questo quartiere custodisce innumerevoli tesori come la meravigliosa e barocca Chiesa di Santa Teresa alla Kalsa, che domina l’omonima piazza.

E poi l’Oratorio dei Bianchi, per il colore delle tuniche dei suoi componenti che confortavano e sostenevano moralmente i condannati alla pena capitale nei giorni precedenti l’esecuzione. Al suo interno, serba la porta lignea “Bab el Fotik” attraverso la quale, nel 1071, durante la presa di Palermo, fece il suo ingresso Roberto il Guiscardo e che, per celebrare la riconquista della città, il Gran Conte Ruggero rinominò “Porta della Vittoria”. C’è poi la Chiesa di Santa Maria dello Spasimo, il cui nome significa dolore e desiderio. L’edificio ha dato il titolo a un dipinto e a un libro e ha un legame con uno dei tanti martiri caduti per mano mafiosa.

La genesi di questo complesso monumentale risale al 1506.

All’epoca il giureconsulto palermitano Giacomo Basilicò, particolarmente devoto alla “Madonna che soffre dinanzi al Cristo che cade sotto la croce sulla via del Calvario”, donò ai padri benedettini di Monte Oliveto dei terreni. Questi dovevano essere utilizzati per la costruzione di una chiesa e di un monastero che lui avrebbe finanziato. I lavori, iniziati nel 1509, videro la Chiesa arricchirsi nel 1518 di un capolavoro di inestimabile valore, “lo Spasimo di Sicilia” di Raffaello Sanzio. Un dipinto a olio su tela trasportata su tavola, raffigurante lo sgomento di Maria dinanzi al Cristo caduto sotto il peso della croce. Conservato oggi nel Museo del Prado di Madrid, nel 1661 venne donato dal Viceré di Palermo Don Ferdinando D’Ayala a Filippo IV, re di Spagna, in cambio di agevolazioni e favori.

A metà del settecento uno σπασμός, lacerazione, colse questo luogo. A causa del crollo della volta della navata centrale che non verrà mai più ricostruita, divenne suggestivo teatro all’aperto. Le sue mutazioni, però, non si conclusero.

Nel 1850 lo videro ospitare quell’ospedale che sarebbe stato chiamato “Civico”. Questo a sottolineare la sua dipendenza dall’amministrazione civica di Palermo e che, a partire dagli anni ’30, lo abbandonò  per trasferirsi nell’attuale sede.

L’alluvione del 1931 e i terremoti del 1940 e del 1968 gli assestarono il colpo di grazia. Ma il 25 luglio del 1995, dopo tante peripezie, finalmente la riapertura al pubblico.

Lo Spasimo di Palermo”, però, è anche un libro di Vincenzo Consolo.

Nel testo il protagonista e alter ego dello scrittore, Gioacchino Martinez, proprio uscendo dalla Chiesa incontra, in una farmacia, un giudice che gli darà un passaggio, spinto dalla sorella, fino al suo albergo che si trova, scherzi del destino, di fronte alla casa dell’anziana madre. E’ il 19 luglio 1992 quando nella sua stanza d’albergo, aprendo inspiegabilmente un libro e ritrovando le prime note dello Stabat Mater, decide, dopo tanto tempo, di scrivere al figlio Mauro.

Vuole raccontargli della sua Palermo e di quel servitore dello stato appena conosciuto. Una telefonata concitata, che lo invita a scappare, blocca il flusso dei suoi pensieri. Ma non le sue azioni che lo portano ad avvicinarsi alla finestra. In un attimo, vedendo arrivare il giudice con la scorta e intuendo che qualcosa di terribile stava per accadere, si precipita per le scale per avvertirlo, ma…

Dopo lo Spasimo, Loredana ci ha condotto proprio a quel civico 57 di via della Vetriera.

Qui un tempo sorgeva la farmacia Borsellino e che oggi ospita la “Casa di Paolo”, scuola di informatica per i ragazzi della Kalsa. Da qui, e come penultima tappa, la Chiesa della SS. Trinità. Comunemente conosciuta come  la Magione che, insieme all’annessa abbazia, fu fondata sul finire del XII secolo da Matteo D’Aiello, cancelliere di Tancredi. La volle chiamare così in risposta a quelle dottrine considerate ereticali, che in quei tempi, sotto forma di correnti teologiche e filosofiche, tendevano ad alterarne il concetto.

I frati Cistercensi ne mantennero il possesso fino al 1197 quando l’Imperatore svevo Enrico VI concesse gli edifici all’ordine dei cavalieri teutonici (“ordo hospitalis Sanctae Mariae theutonicorum Jerusalem”), che lo annoverava tra i suoi confratelli.

Da questo momento la chiesa assunse il titolo “Mansio Sanctae Trinitatis“, divenendo la “mansio theutonicorum”. Da qui il nome Magione che, peraltro, deriva dal francese “maison” a sua volta dal latino mansio, “rimanere”, “stare”. Costruita su una Moschea custodisce al suo interno un chiostro che, ricordando quello di Monreale per le colonnine binate con capitelli a doppia corona di foglie che sorreggono le arcate ogivali, è un vero angolo di paradiso.

La nostra passeggiata si conclude nel tempio del gusto in cui viene prodotto il famoso Anice Unico Tutone.

Lo stabilimento prende il nome dei fratelli palermitani che realizzarono la prima bottiglia nel lontano 1813.
Per scoprire l’origine dell’acqua e zammù bisogna tornare alla Fieravecchia, oggi piazza Rivoluzione, dove l’azienda Tutone, nel laboratorio di una drogheria, cominciò a produrre anice. L’uso di mescolarlo con l’acqua affonda le radici al periodo della dominazione araba, ma l’antica ricetta del distillato “anice unico” è un segreto custodito in cassaforte dalla famiglia Tutone da ben sette generazioni.

Grazie a Ugo Riccardo Tutone e alla sua compagna Francesca abbiamo scoperto tante chicche. Una di queste è che l’anetolo, ossia l’olio ricavato dall’anice stellato, l’ingrediente principale, è importato direttamente dalla Cina. Un’altra è che aggiungendo poche gocce di anice all’acqua fresca si ottiene l’effetto nuvoletta. Un’altra ancora è quello di utilizzarlo sul pesce come molti chef,  in cocktail vari e come correttivo del caffè. Francesca ci ha suggerito di aggiungerne poche gocce alla tisana allo zenzero per esaltarne, ancora di più, il gusto.

Da impeccabili padroni di casa ci hanno fatto degustare, oltre al noto amaro, il limoncello, preparato con i limoni di Ciaculli. L’aperitivo “Friscu” al gusto d’arancia e “U Zammù, d’inverno riscalda , d’estate disseta… “, una bottiglia a tiratura limitata.
Cari Watson oggi vi ho abbandonato. Ma a mia discolpa dico che avendo con me Loredana, una super eroina conoscitrice di Palermo, non ho avuto bisogno di sguinzagliarvi in cerca di notizie.

Dimenticavo che valore aggiunto a questa passeggiata è stata l’allegra compagnia che ha avuto. Come mascottes ci sono stati due meravigliosi gemelli di quattro anni e mezzo che sprizzavano gioia ed entusiasmo da tutti i pori, come i più adulti d’altronde. Ringraziando Loredana Cannova per la meravigliosa mattinata, concludo con: ” Palermo è Cult(ura)”.

Dalla vostra Patti Holmes per il momento è tutto.

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Giusi Patti

Giusi Patti

Mi chiamo Giusi Patti, ma sono anche la Dottoressa Pattin, Giuseisha e Patti Holmes. Una e tante. Mi definisco un "complesso", anzi un condominio di donne che coabitano pacificamente. La prima, l'originale, è laureata in filosofia; la seconda è una studiosa, specializzata in "uomini e donne d-istruzioni per l'uso"; la terza è una guru del sorriso e la quarta, infine, un'indagatrice. Tutte, proprio tutte, sono legate da un fil rouge che è l'amore per i viaggi fatti e in sognati, ma sempre conditi da miti e leggende. Chiedetemi e cercherò di soddisfare ogni vostra curiosità con pensieri parole opere e mai omissioni. Parola mia.

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