Le Storie

PASHKËT, La Pasqua di Piana degli Albanesi

Questa settimana la vostra Patti Holmes vi conduce a Hora e Arbëreshëvet, per scoprirne le secolari tradizioni pasquali.

Il paesaggio che mi si presenta dinanzi è davvero mozzafiato. La cittadina, che si estende su di un altopiano montuoso ed è dominata ad oriente dall’imponente Monte Pizzuta, si specchia “narcisa” sull’ampio lago omonimo. Di cosa sto parlando?  Ma di “Plana Graecorum”, Piana dei Greci, che, dal 30 agosto 1941, ha assunto il nome attuale di “Piana degli Albanesi”.

Grazie alla sacralità che si respira, mi ritrovo, incantata e ammutolita, nella solennità e magnificenza delle celebrazioni della settimana santa che, tramandate nei secoli, mantengono inalterato tutto il loro fascino. Una piccola curiosità è che la chiesa di Piana degli Albanesi professa il rito greco-bizantino e la celebrazione della sua Settimana Santa (Java e Madhe) attrae ogni anno tantissimi turisti italiani e stranieri.

La prima celebrazione a cui assisterete è la Domenica delle Palme (Rromollidhet). Questo rito, dopo la benedizione dei rami d’ulivo nella chiesa di S. Nicola, vede l’Eparca, Giorgio Demetrio Gallaro, a dorso di un asino attraversare il paese fino alla Cattedrale di San Demetrio. Del Giovedì Santo, particolarmente suggestivo, è il rito della Lavanda dei Piedi. In questo frangente il Vescovo, non indossando i ricchi paramenti bizantini in quanto personificazione di Cristo, lava i piedi ai sacerdoti.

Il Venerdì Santo alle 10,30 parteciperete al Vespro della Deposizione, alle 18,30 all’Ufficio dell’Epitafios Thirinos. Mentre alle 20,30 percorrerete la tradizionale processione in cui, per le vie del paese, viene portata l’immagine di Cristo, preceduta dal Crocifisso custodito in un’urna addobbata con fiori. Suggestivi i canti funebri in lingua tradizionale, accompagnati da antichi strumenti di legno di origine bizantina.

La notte di Sabato, con i ceri accesi, vi avvierete in processione verso il sagrato della Cattedrale.

Stupiti nel trovarne la porta serrata, sentirete il Papàs intimare alle potenze oscure di non ostacolare l’ingresso del corteo. Le voci, che giungono dall’interno e rappresentano il maligno, vinte dalla forza di Dio non potranno impedire che la porta si spalanchi e che il corteo entri in chiesa intonando “Cristo è risorto”, in greco “Christós anésti” e in albanese “Krishti u ngjall”. Al termine della Divina Liturgia, con la chiesa illuminata a festa, il canto dell’Anástasis (Resurrezione) riecheggerà in tutto il paese.

Nella Santa Domenica di Pasqua, Pashkët, il Santo Velo, reliquiario tradizionale ricamato, verrà esposto ai fedeli che, alle 10,30, parteciperanno alla Divina liturgia di San Giovanni Crisostomo.

La Settimana Santa si concluderà con il Solenne Pontificale al termine del quale un corteo di donne, con i tradizionali abiti albanesi del ‘400, sfilerà per il Corso Kastriota per raggiungere, infine, la piazza principale. Qui, in un tripudio di canti e colori, i papàdhes impartiranno la benedizione (bekimi), seguita dalla distribuzione delle uova rosse (vet të kuq), preparate dalle famiglie del paese, a simbolo di rinascita.

Ma la vostra  Patti Holmes, a passeggio per Piana, ha avuto la fortuna d’incontrare Mario Calivà, in arte Jaren Martide, giovane e talentuoso poeta e drammaturgo (attualmente a Roma presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico“) a cui ha chiesto  cosa voglia dire essere arbëresh e l’importanza del teatro come promotore di cultura e tutela linguistica. Permettendomi di penetrare in questa meravigliosa tradizione, così ha risposto:

“Essere arbëresh significa essere eredi di una cultura che si tramanda da più di 528 anni.

Oggi, più che mai, è dovere degli arbëreshë tutelare le proprie specificità culturali attraverso tutti gli strumenti a disposizione di cui uno dei più importanti è sicuramente il teatro che ha una drammaturgia contemporanea”.

Mario Calivà, entrando nel dettaglio, così continua: “L’attività teatrale dell’associazione Gajdhurët (gli Asini) di cui sono presidente, grazie ai miei testi, propone una letteratura teatrale inedita. L’interesse verso il teatro in lingua arbëreshe è vivo grazie alla coscienza di ciò che rappresenta e, soprattutto, alla partecipazione attiva dello spettatore che incarna lo stesso “sujet agent” teorizzato da Greimas: un vero e proprio soggetto drammaturgico al quale sono indirizzati le informazioni, i significati, le conoscenze che, esposte a teatro, creano una relazione con lo spettatore, una sorta di induzione a far-credere e, soprattutto, a far-fare poiché l’utilizzo da parte degli attori di lemmi ormai in disuso è un invito a inserire quei termini linguistici nella lingua parlata”.

Riguardo la caratteristica del Teatro arbëresh, Mario Calivà ci spiega che “ha una natura grafocentrica, letteraria, stesa a tavolino e, inizialmente, distante dalla scena, un teatro del “già detto” come lo avrebbe apostrofato Carmelo Bene. La maggior parte delle rappresentazioni teatrali organizzate dall’associazione “Gajdhurët” di cui è presidente ha registrato una notevole partecipazione delle comunità arbëreshe in cui è stata proposta. Il prossimo passo è quello di creare un teatro stabile  per mantenere viva una lingua che non può e non deve cadere nell’oblio”.

Ringraziando Mario Calivà per al sua generosità,  voglio lasciarvi con delle curiosità riguardanti gli abiti.

Il costume indossato dalle donne di Piana degli Albanesi, particolarmente famose in Sicilia per la loro bellezza, ha subito poche trasformazioni nei secoli. La sua caratteristica principale è quello di essere ricamato in oro su trame ornamentali tradizionali e di essere ornato da una grande fibbia di argento sbalzato. La varietà dei colori indica se la donna è sposata, nubile o vedova. Ancora ai nostri giorni, gran parte delle famiglie di Piana degli Albanesi conserva almeno un costume tradizionale più o meno ricco di decorazioni e di applicazioni in argento o in oro.

Se volete vivere una Pasqua “altra” , Piana degli Albanesi è il luogo che fa per voi. A me non resta che invitarvi alla prossima.

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Giusi Patti

Giusi Patti

Mi chiamo Giusi Patti, ma sono anche la Dottoressa Pattin, Giuseisha e Patti Holmes. Una e tante. Mi definisco un "complesso", anzi un condominio di donne che coabitano pacificamente. La prima, l'originale, è laureata in filosofia; la seconda è una studiosa, specializzata in "uomini e donne d-istruzioni per l'uso"; la terza è una guru del sorriso e la quarta, infine, un'indagatrice. Tutte, proprio tutte, sono legate da un fil rouge che è l'amore per i viaggi fatti e in sognati, ma sempre conditi da miti e leggende. Chiedetemi e cercherò di soddisfare ogni vostra curiosità con pensieri parole opere e mai omissioni. Parola mia.

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