EditorialiLe Storie

Parigi, la città delle meraviglie che nessun attentato potrà imbruttire

MAI NESSUN TERRORISTA POTRA’ SCALFIRE IL FASCINO DI PARIGI.  A POCHE SETTIMANE DALL’ENNESIMO ATTENTATO NELLA CAPITALE FRANCESE, GIUSEPPE MARTORANA PUBBLICA PER I VIAGGI DI CICERONE UNA RIFLESSIONE SCRITTA ALL’INDOMANI DELLA TRAGEDIA DEL BATACLAN.

Vengono fino alle nostre braccia per sgozzare i nostri figli e i nostri compagni!

Si è tutti soldati per combattere contro di voi, se muoiono, i nostri giovani eroi la terra ne produrrà di nuovi, contro di voi saremo tutti pronti a combattere!

Frasi attualissime, che appaiono tragicamente drammatiche se paragonate a quanto è successo a Parigi. E proprio a Parigi, queste frasi in questi giorni sono state cantate. Sono infatti estrapolate da La Marseillaise, dall’inno francese: Ils viennent jusque dans nos bras Egorger nos fils et nos compagnes! Tout est soldat pour vous combattre, S’ils tombent, nos jeunes héros, La terre en produit de nouveaux, Contre vous tout prêts à se battre!

La storia si ripete, corsi e ricorsi storici, ma mai come ora tutto è così tragicamente drammatico se vengono analizzate le cause di questa guerra, così come l’ha definita lo stesso presidente francese, Francois Hollande. Una guerra definita «santa», ma che di santo non ha proprio nulla, anzi. È una guerra scatenata in nome di un dio della morte che può generare solo morte, al contrario di chi invece nel proprio dio vede solo la vita. Non si può inneggiare alla guerra, alla morte, alla soppressione nel nome di un dio: è inconcepibile è antiumano.

Ma chi agisce in questo modo non è certamente uno sprovveduto. Ciò che è successo in questi ultimi anni ne è la riprova. L’attacco terroristico di Parigi ne è l’ultimo esempio. Tutto è programmato e scientificamente organizzato, drammaticamente progettato. Sin dall’attacco negli Stati uniti dell’11 settembre del 2001, dove vennero abbattute, tral’altro le Torri gemelle, per poi andare l’11 marzo 2004 a Madrid con gli attentati sui treni nelle stazioni di Atocha, El Pozo e Santa Eugenia, e poi ancora al 7 luglio del 2005 nella metropolitana di Londra, e poi ancora a Parigi nell’assalto alla redazione di Charlie hebdo e il giorno dopo al market di prodotti ebrei, tutto è scelto con un preciso obiettivo. Generare il terrore. Dapprima in America, nel cuore del potere economico e militare del pianeta, poi a Madrid e Londra sui mezzi di trasporto e ora Parigi, la «capitale d’Europa».

Perché è inutile negarlo Parigi è la capitale d’Europa per quello che ha rappresentato nella storia e per quello che ancora oggi rappresenta. Non è un caso che è la città più visitata dai turisti, è la città di tutti, non solo dei parigini o dei francesi. Parigi è sempre pronta ad accogliere chiunque, ce lo insegna la storia. Parigi è la città della rivoluzione, la città della cultura e quindi della libertà. Sì, dove c’è cultura c’è libertà. Parigi è anche questo. Parigi è la città delle meraviglie, dove possono coesistere pensieri e voglie diversi, dove puoi sentire tutti i profumi e all’improvviso miscelarli assieme e sentirne uno solo: il profumo della libertà. Ed è per questo che la barbarie dei terroristi si è scatenata contro questa città. Sono convinto che non si tratta di una ritorsione per gli attacchi che i francesi hanno portato all’Isis. La scelta di Parigi come terreno di scontro è dettato da una visione più ampia.

Parigi terra di libertà e quindi in forte contrasto con ciò che l’Isis è emanazione, ovvero restringimento e annullamento delle libertà individuali. La reazione della Francia, con i bombardamenti e nei territori occupati dall’Isis e i rastrellamenti nella capitale francese (anche con sparatorie) è stata conseguenza dell’attacco subito. Parigi, in questi giorni, non è la Parigi che io ho amato, che io amo. La frequento oramai da decenni e Parigi è il mio luogo dell’anima. Appena ci metto piede mi viene da sorridere, divento allegro, mi sembra persino di respirare meglio.

E ora? Sarà ancora così? Dopo che gli uomini del dio della morte hanno seminato odio e paura? Dopo che le strade, i bar, i ristoranti, le sale da concerto sono state lastricate di sangue? Sarà la stessa Parigi? Sicuramente no, non può essere la stessa dopo che centinaia di suoi figli sono morti. Ma sta a noi che l’amiamo, a noi che amiamo la libertà, a noi che non tolleriamo gli integralismi e gli odi a far sì che Parigi possa ritornare ad essere simbolo di libertà, a far sì che si possa tornare a bere un caffè, nei pomeriggi di primavera o all’inizio di settembre, seduti fuori al tavolino, o dentro ad un locale quando la stagione invernale non lo permette e respirare ciò che oltre due secoli fa venne scritto nella storia: Liberté, Égalité, Fraternité. Si ci tornerò a Parigi, appena potrò, per non farli vincere.

Articolo precedente

Presto primo tour immersivo al Colosseo

Articolo successivo

Milena sotto i riflettori della Rai: 50 studenti universitari visiteranno e studieranno "Il paese delle robbe"

Redazione

Redazione

No Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *