Le Storie

Il pane di un paese siciliano: quel sapore di infanzia mai ritrovato al Nord

Il racconto di Grace la Paglia.

Una domenica di febbraio mi trovai a passeggiare, come quasi tutte le mie domeniche milanesi, in Ripa di Porta Ticinese, annoiata dopo una mattina trascorsa in casa a non fare altro oltre al bucato e un finto timballo di riso. E lessi che un locale della zona offriva come specialità del giorno “il bollito”.
Oddio, pensai, chissà se un giorno avrò il coraggio di mangiarlo.

Quello che spero è di portarmi la Sicilia dentro anche nella scelta dei sapori, degli odori della cucina.

Non è snobbismo, non è convinzione di essere culinarialmente superiori. È una questione di palato, ma anche di ricordi.
In quella domenica anonima di un febbraio milanese mi ritrovai a ripensare al pane. Il pane caldo del panificio di paese. Per la precisione, mi ritrovai a pensare al “quartino” appena sfornato e che, nelle giornate estive, andavamo a comprare direttamente nel panificio io o le mie sorelle. Belle, quelle mattine estive della nostra infanzia.

Era buono quel pane che non abbiamo più. Così morbido e nello stesso tempo dalla crosta croccante, così dolce e così capace di sciogliersi al contatto con la lingua. Un pane così, mai mangiato altrove. Mai. E si correva a casa, prima che perdesse il calore del pane appena sfornato, per aprirlo a metà, e condirlo con un po’ di olio, di sale e di origano.

Ma devo essere sincera: il pane non lo mangio più non solo da quando sono a Milano.

Ho smesso di mangiarlo dieci anni fa, quando salii per la prima volta su un treno per Palermo.

Ricordo ancora i primi giorni di vita da universitaria fuori sede, il mio sguardo di smarrimento mentre fissavo il bancone dei piccoli panifici – tanti panifici – della zona del policlinico senza trovare quel pane a cui ero abituata. C’erano tanti tipi di pane diverso ma per me era tutto o troppo bianco, o troppo insipido, o troppo crudo, o troppo duro o troppo morbido. Mai una pagnotta che mi andasse bene. Davanti quei banconi, poi, mi imbattevo in etichette di pani dal nome diverso. Tanti nomi, diversi da quelli del mio paese. Ma che non mi importava di imparare o di conoscere.

E adesso, dall’altra parte dell’Italia, continua a non importarmi. Per me il pane resta quello comprato in quel “forno” in cui si andava da bambine, percorrendo quella stradina vicino casa mia. Per me il pane resta quello comprato in quella strada dove respiravo il profumo dei panni appena tolti dalla lavatrice e stesi lì, sulle corde che passavano da balcone in balcone, da un lato all’altro della via. Per me il pane resta quello delle nostre giornate estive, che solo io e le mie sorelle conosciamo.

Quello appena sfornato, caldo e che aveva e ha il sapore dell’infanzia.

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Grazia La Paglia

Grazia La Paglia

Grazia La Paglia. Sono nata e cresciuta nell'entroterra siciliano e ho vissuto (a) Palermo, città che mi ha formato e mi ha regalato un sogno: quello di diventare giornalista. Lì ho collaborato, per la prima volta, con un giornale cartaceo: La Repubblica Palermo, e da quel giorno il capoluogo siciliano è diventato la mia seconda casa. In quella redazione ho imparato a scrivere di volontariato, dei problemi del terzo settore, di belle storie di integrazione e multicultura, di innovazione e lavoro, di ambientalismo, di scuola e di università. Nel novembre del 2015 è nato il mio blog autore, ClickUniversità, sempre di Repubblica dove racconto la vita degli universitari, le storie di chi - con una laurea in mano - riesce ancora a farcela e di chi è costretto a emigrare. E poi ancora, a Palermo, le collaborazioni con I Quaderni de L'Ora, il giornale culturale francese Cafè Babel e le dirette radiofoniche con Radio 100 passi. Ma non ho mai dimenticato la mia prima casa, Vallelunga, che ho raccontato sul sito Magaze.it, sul quotidiano La Sicilia e sul periodico culturale da me diretto, La Radice. Lettrice instancabile, ho moderato la presentazione di diversi libri e ho ideato e realizzato due edizioni del Festival del Libro. Adesso sono una terrona a Milano, ma il mio cuore resta alla Cala mentre ammiro i tramonti sui Navigli.

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