Itinerari

Una Palermo inedita vista da Torre San Nicolò all’Albergheria

“E il mondo appare diverso da quassù” disse il professore Robbie Williams – John Keating salendo sulla cattedra e osservando la sua aula lì, in piedi, davanti i volti stupiti e lo sguardo incredulo dei suoi studenti.

E chi, quel giorno, ebbe coraggio, salì insieme al docente sulla cattedra. E tutti pensarono che sì, il mondo appariva veramente diverso da lassù. Anche quello che conosci da sempre. Soprattutto quello che credi di conoscere da sempre.
E anche io, che credevo di conoscere abbastanza bene Palermo e il suo centro storico, dovetti ricredermi quando, sulla torre medievale di San Nicolò di Bari all’Albergheria, mi ritrovai a guardare la città da uno dei suoi tetti più suggestivi.
Salire sulla torre di San Nicolò è tante cose insieme. È, per prima cosa, entrare in uno spiraglio di Palermo in cui si respira ancora l’odore del mercato antico e in cui il tempo si è fermato. Non è un’illusione: il tempo, lì, si è fermato veramente. Percorri i vicoli stretti, spesso bagnati dalla casalinga che getta lì, sui sampietrini, un secchio d’acqua sporca. È, in secondo luogo, entrare nella Palermo multietnica. Perché senti gli odori di piatti tipicamente italiani che si mischiano, nell’area, con quelli del Bangladesh, della Nigeria, del Ghana e chissà di quanti altri posti del mondo.
Continui a camminare e ti ritrovi ai piedi della torre, e lì è un salto nel passato, nel XII secolo, periodo in cui quella torre venne eretta.
E le mura custodiscono ancora l’umidità e la frescura, come dei suoi tempi ormai andati, perduti. I gradini sono piccoli e stretti. Il piede non riesce a posarsi bene. Dovevo metterlo storto, non verticale ma leggermente obliquo, per poter continuare a salire. C’è stato anche un momento in cui pensai di mollare. Di tornare indietro. “Ma come facevano a salire questa torre tutti i giorni?” mi chiedevo mentre, indecisa, continuavo a riflettere se conveniva scendere o, ormai, continuare a salire.
La curiosità era tanta. Il mio addio a Palermo imminente, seppur ancora non lo sapessi. E scelsi di proseguire. Uscii fuori dalla torre, finalmente, passando per una porta bassa. Chinai leggermente la testa e quando la rialzai l’azzurro del cielo mi travolse. Ma anche l’azzurro del mare. E il verde intenso e magico della cupola della chiesa di San Giuseppe. Lì, davanti a noi turisti, visitatori di passaggio, accaniti appassionati di arte e storia, o semplici annoiati dalla domenica mattina autunnale. La cupola della chiesa di San Giuseppe era lì, davanti a noi seppur non molto vicina. Ma adesso, da quella torre, potevo osservala, vederla nella sua interezza. Dopo aver spostato gli occhi da quella cupola che mi aveva sempre incuriosito, inizia a guardarmi intorno. La terrazza della torre ha quattro lati: basta girare su se stessi per cambiare panorama. Non serve neppure fare un passo. Scegli il tuo posto, ti fermi e osservi.
Ma cosa osservare? I miei occhi rimasero invasi da una serie indefinita di elementi e di colori, di cupole e di tetti, di strade e di colline. Non sapevo da dove iniziare. Da dove cominciare a osservare la Palermo dall’alto? Come fare per non perdere nulla, nessun dettaglio, nessuna ricchezza?
Iniziai dalla cattedrale. Sì, dal tetto della cattedrale. Perché, anche se lontano, ti rendi conto di cos’è nella sua maestosa luce gialla, nella sua architettura che miscela curve e spigoli, rotondità e geometrie squadrate. Alle sue spalle, le colline. Mi voltai, dando le mie spalle alla cattedrale, e davanti a noi c’era il mare. Lontano, una linea sottile all’orizzonte, di un azzurro prepotente che vinceva, per intensità, la sfida contro il cielo.
Aspetta, mi dissi, non devo spostare così velocemente lo sguardo dall’altra parte: perdo tante altre cose da guardare. Come la cupola della chiesa di San Salvatore, così particolare, oppure le cupole rosse della chiesa di San Giovanni eremita e di San Cataldo. Ma il mare, nella sua vanità, continuava a distrarmi. E quel suo accostamento con le colline morbidi, a sud ovest della città. E lo splendore di quelle cupole riconosciute e di tante altre a cui non sapevo dare un nome.
Conoscevo Palermo, ma da lassù il mondo era così diverso. Il mio mondo mutava aspetto. Ai piedi quei tetti splendenti delle chiese, alla dolcezza di quelle cupole sferiche e radiose sotto il sole c’era, come una legge di contrappasso, la povertà di tetti in legno, vecchi, abbandonati e ormai sfondati dal vento e dalle piogge. Scheletri di abitazioni, dagli ingressi ormai decadenti e serrati da cancelli arrugginiti e da tavole di legno, ospitavano al loro interno cumuli di immondizia: sacchetti e mobili rotti. Contro quel degrado solo l’urlo di una donna che rappresenta Palermo. Immobile, rigida, bianca nel corpo e nelle vesti, tende il suo braccio spezzato verso la città. Urlando. Ma il suo urlo è silenzioso: è una statua. Metafora perfetta della città, del quartiere
Nonostante tutto, in alcuni di questi recinti invasi dalla barbaria dell’uomo, vedevo uscire – nonostante tutto – rami verdi e carichi di foglie. È la natura, pensai, che non indietreggia. Mai.
La perseveranza del verde tra l’immondizia di un quartiere antico e che da sempre lotta contro il degrado e per un suo riscatto. Un patrimonio artistico così vasto da non avere tutto il tempo necessario per studiarlo, ammirarlo e dargli un nome. Il cielo contro il mare e il mare contro le colline. I bambini che si rincorrono per strada, tra i vicolo antichi, come nei piccoli paesi dell’entroterra siciliano ma a pochi passi da una delle arterie principali del traffico cittadino.
Questa è la Palermo dalla torre di San Nicolò. Si, pensai, “il mondo appare diverso da quassù”. Inebriata, stupita, senza più pensieri – tutte le parole erano state assorbite da quella vista magnifica – iniziai a scendere la scala a chiocciola.

*La torre di San Nicolò è gestita dalla Cooperativa turistica Terradamare che non è una semplice “agenzia turistica locale”. Punta sull’arte, sulla riqualificazione del territorio e sulla valorizzazione delle peculiarità del quartiere per riscattarlo. Riscattarlo partendo dal basso, con attività con i bambini in strada che dipingono murales, per poi organizzare i percorsi per i turisti alla scoperta di un’altra faccia di Palermo. Una Palermo che non si trova nelle guide cartacee.

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Grazia La Paglia

Grazia La Paglia

Grazia La Paglia. Sono nata e cresciuta nell'entroterra siciliano e ho vissuto (a) Palermo, città che mi ha formato e mi ha regalato un sogno: quello di diventare giornalista. Lì ho collaborato, per la prima volta, con un giornale cartaceo: La Repubblica Palermo, e da quel giorno il capoluogo siciliano è diventato la mia seconda casa. In quella redazione ho imparato a scrivere di volontariato, dei problemi del terzo settore, di belle storie di integrazione e multicultura, di innovazione e lavoro, di ambientalismo, di scuola e di università. Nel novembre del 2015 è nato il mio blog autore, ClickUniversità, sempre di Repubblica dove racconto la vita degli universitari, le storie di chi - con una laurea in mano - riesce ancora a farcela e di chi è costretto a emigrare. E poi ancora, a Palermo, le collaborazioni con I Quaderni de L'Ora, il giornale culturale francese Cafè Babel e le dirette radiofoniche con Radio 100 passi. Ma non ho mai dimenticato la mia prima casa, Vallelunga, che ho raccontato sul sito Magaze.it, sul quotidiano La Sicilia e sul periodico culturale da me diretto, La Radice. Lettrice instancabile, ho moderato la presentazione di diversi libri e ho ideato e realizzato due edizioni del Festival del Libro. Adesso sono una terrona a Milano, ma il mio cuore resta alla Cala mentre ammiro i tramonti sui Navigli.

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