Le Storie

Il mio viaggio in treno verso Palermo, tra il mare blu e le stazioni abbandonate

Una barchetta azzurra dondola sul mare.

Ho passato da poco le porte di Palermo e adesso, seduta nel mio posto al finestrino, guardo le onde del mare combattere contro la costa. Le rocce che cercano di dividere l’uomo, la strada ferrata, i vagoni e le case, dalla forza dell’acqua salata.

Intorno a questa eterna lotta, un paesaggio che non smetterei mai di ammirare. E una barchetta di un pescatore ormeggiata in un piccolo, anonimo golfo. È questo il paesaggio che ho iniziato a osservare quando, a 19 anni, presi per l’ennesima volta la mia valigia per cambiare città. La meta sarebbe stata, quella volta, Palermo.

Da oltre dieci anni ammiro due tavolozze di colori differenti: una dalle mille tonalità di azzurro, l’altra dalle infinite varietà di verde, marrone e giallo.

Una tavolozza per il paesaggio che circonda la linea ferroviaria che da Palermo arriva fino a Fiumetorto. L’altra per le distese di campagna che mi accompagnano verso l’entroterra, verso la mia vera casa.

Che il viaggio abbia inizio.

C’è il mare. Ci sono le strade. C’è un treno. Ci sono dei passeggeri. Ci sono i mandorli. Gli ulivi. Ci sono le onde.

Ci sono due paesaggi che distano appena una curva della linea ferroviaria. Una curva che, appena percossa dai vagoni, fa scappare in cielo piccoli uccelli.

Da una parte comanda l’acqua. Dall’altra comandano gli ulivi. Una lotta impari tra verde e blu, tra marrone e blu, tra giallo e blu.

Tutto inizia quando lascio alle mie spalle l’agglomerato di case che riempono la distanza tra la stazione di Palermo e la sua linea di confine. Case semplici, umili, antiche per lo più, con le finestre tappezzate di bucato appena preso dalla lavatrice e che profuma ancora di ammorbidente. Un profumo che sa di freschezza tra mura grigie e trasandate. Subito dopo c’è il fiume, verdognolo, trasandato anche lui, ma con una folta vegetazione intorno. Quasi a volerlo redimere.

E poi sono fuori da Palermo e, seduta al mio posto al finestrino, osservo il mare. Infinito. Di un azzurro così intenso proprio sulla linea di orizzonte.

Un azzurro che diventa più chiaro man mano che gli occhi si spostano verso le onde che, tenacemente, sbattono contro la riva. Una riva che è, spesso, proprio a pochi passi dalla linea ferroviaria.

Ma il convoglio va, corre. E vedi passare davanti a te mura di brevi gallerie e alberi, cespugli carichi di fiori e villette.

Vedi anche dei bungalow bianchi, dai tetti rotondi. Sono quattro, l’uno accanto all’altro. Penso sia stato il primo particolare di quel viaggio dal mare all’entroterra che io abbia memorizzato. Poco distante, quasi sopra i quattro casotti bianchi e che sanno di estate, di libertà, di spensieratezza, c’è un’antica torre normanna.

Non vi è mai venuta voglia di entrarci? A me si. Mi sarebbe piaciuto salire in cima e guardare da lì, da quel piccolo promontorio, quell’infinito mare. Ma il treno non si ferma.

Continua la sua corsa tra altri alberi e su altre coste. Come quella di Termini Imerese. E prima di arrivarci il treno sembra attraversare il parco con le giostrine per bambini. Guardi in basso ed è come se ci stai camminando sopra. Sopra le altalene, sopra le panchine per i loro genitori, sopra le aiuole.

Vedi anche il porto, le grandi navi che lì ormeggiano. E quando sei oltre la stazione del paese, vedi anche le piccole spiagge artificiali realizzate con ordinati scogli artificiali per fermare – o almeno tentare di attutire – la furia delle onde che vorrebbero raggiungere la strada, le auto e anche il mio vagone.

Su quelle spiagge artificiali, con sabbia vera, c’è chi mette in piedi un ombrellone e apre qualche sdraio. Si cerca uno spiraglio di vita vera in quella creazione dell’uomo. E si cerca un po’ di sole.

Vado avanti e la vedo, la grande centrale elettrica Majorana. Non poche volte mi è capitato di osservarla di sera, con la luce del sole già oltre la linea d’orizzonte del mare.

E nella sua artificiosità sa essere bella. Anche tetra, all’inizio, di una bellezza che spaventa perché si impone tra l’oscurità della notte, della costa. Vai ancora avanti e sei a Fiumetorto.

E lì che il treno, all’improvviso, a volte in maniera brusca, gira per la sua curva. Il mare non lo vedi più. È ormai alle spalle del convoglio.

Dimentico le tante tonalità dell’azzurro, del celeste e del blu perché, al volare degli uccelli spaventati dalle vibrazioni del treno, vedo un’infinità di diverse tonalità di verde. Il verde dei prati incolti, dei prati di cavolfiori o di pomodori. Verde con schizzi argentati degli ulivi. Il verde intenso dei mandorli. Il verde sbiadito dei vigneti.

E tutto è in ordine. Gli aranci sono schierati perfettamente l’uno accanto all’altro. I tubi degli impianti di irrigazione tagliano il terreno in quadrati perfetti. I vigneti seguono l’inclinazione del terreno, si adagiano delicatamente nelle discese delle piccole colline, con un ordine quasi maniacale.

Gli ulivi fanno di testa loro. Alcuni gruppi seguono un ordine preciso, altri no. Li vedi sparsi, nelle campagne, seguiti dai mandorli. Di tanto in tanto, un albero di noci si impone. Guardatemi, sembra dire, guardate come sono maestoso.

Rare le auto parcheggiate nei campi. Auto vecchie, per lo più, e poco distante intravedi qualcuno chino sul terreno. Vecchi anche i casolari di campagna. Chissà com’erano una volta, ai tempi in cui furono creati – mi chiedo. Magari avevano le mura pitturate, qualche bambino a gironzolare intorno all’uscio. Chissà com’era la vita nei campi lì, un tempo, dove ora passa un trattore che, con la sua falsa delicatezza, incide dei solchi ordinati e regolari sul terreno arido per la siccità e il calore estivo.

Passo anche davanti a stazioni ormai abbandonate. L’erba cresce incolta ovunque riesca a trovare uno spiraglio per alzarsi verso il cielo: tra le mattonelle dei marciapiedi, vicino quello che una volta era l’ingresso nell’edificio in cui si acquistavano i biglietti e in cui si attendeva pazientemente il treno.

Ogni stazione, vecchia o nuova, abbandonata o in uso, ha un grande orologio appeso alle pareti del suo edificio.

Spesso accanto all’insegna che riporta il nome della località raggiunta.

E nelle stazioni abbandonate l’orologio è fermo.

Chissà da quanto. Chissà che giorno era quando le lancette si sono fermate. Se era una mattina estiva o un pomeriggio autunnale. Chissà se, quando si è mossa per l’ultima volta la lancetta che segna i minuti, c’era qualcuno alla stazione.

Penso sia triste smettere di muoversi mentre si è soli. E’ triste anche se a smettere di muoversi è un orologio di una vecchia stazione abbandonata dell’entroterra siciliano. Perché per tutta la sua vita ha svolto con dedizione il suo compito: indicare ai passeggeri l’orario preciso, l’attesa prevista o l’arrivo probabile del treno. Poi, un giorno, la lancetta dei minuti smette di muoversi. È ingiusto che questo accada mentre non c’è nessuno che possa guardare quell’ultimo sforzo.

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Grazia La Paglia

Grazia La Paglia

Grazia La Paglia. Sono nata e cresciuta nell'entroterra siciliano e ho vissuto (a) Palermo, città che mi ha formato e mi ha regalato un sogno: quello di diventare giornalista. Lì ho collaborato, per la prima volta, con un giornale cartaceo: La Repubblica Palermo, e da quel giorno il capoluogo siciliano è diventato la mia seconda casa. In quella redazione ho imparato a scrivere di volontariato, dei problemi del terzo settore, di belle storie di integrazione e multicultura, di innovazione e lavoro, di ambientalismo, di scuola e di università. Nel novembre del 2015 è nato il mio blog autore, ClickUniversità, sempre di Repubblica dove racconto la vita degli universitari, le storie di chi - con una laurea in mano - riesce ancora a farcela e di chi è costretto a emigrare. E poi ancora, a Palermo, le collaborazioni con I Quaderni de L'Ora, il giornale culturale francese Cafè Babel e le dirette radiofoniche con Radio 100 passi. Ma non ho mai dimenticato la mia prima casa, Vallelunga, che ho raccontato sul sito Magaze.it, sul quotidiano La Sicilia e sul periodico culturale da me diretto, La Radice. Lettrice instancabile, ho moderato la presentazione di diversi libri e ho ideato e realizzato due edizioni del Festival del Libro. Adesso sono una terrona a Milano, ma il mio cuore resta alla Cala mentre ammiro i tramonti sui Navigli.

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