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Milano, con i quadri di Manet porte aperte all’eleganza del passato

MILANO – Indossate i vostri abiti migliori. Prendete il vostro completo conservato con cura per le grandi occasioni. Sfoggiate l’abito da sera più sontuoso ed elegante che abbiate mai acquistato. Perché con Manet si entra nelle grandi stanze sfarzose, dove nobildonne e gentiluomini sono pronti per una nuova serata di danze e sorrisi.

Mazzi di fiori adornano le sale moderne in cui si tengono le grandi e sfarzose feste, immersi in una luce che sembra richiamare i tempi del Barocco. Tra quei colori e tra quei toni volteggiano abiti spagnoleschi, nascono risate e sguardi complici tra donne e uomini dell’alta società che si cercano tra maschere posate sul viso, strumenti indispensabili per trascorrere una serata in cui nomi e volti restano fuori dalla porta.
Una porta che conduce in uno dei tanti palazzi della Parigi Moderna.
È in quel periodo, è dentro quelle nuove e rivoluzionarie architetture che entra Manet. Ed è in quegli spazi dell’800 che conduce la mostra “Manet – La Parigi Moderna”, allestita a Palazzo Reale (Milano) e visitabile fino a luglio.
Ma Manet non si sofferma a ritrarre i momenti di svago e lo sfarzo della classe borghese. Le sue pennellate rivoluzionarie, tanto contestate e criticate durante il suo periodo di attività, danno vita anche alla timidezza di un giovane pifferaio. Mostrano il dolore e la concitazione di un torero infilzato dalle corna dell’animale che contro di lui si scaglia, con furia e rabbia. Mostrano la tenacia e l’impegno di giovani ballerine e di musicisti professionisti, intenti a perfezionare la loro arte. C’è spazio per tanti volti, tante storie e tanti luoghi nelle tele di Manet. E nella mostra c’è anche spazio per opere di altri artisti, più o meno a lui contemporanei, e che con le loro opere hanno segnato – insieme all’artista a cui è dedicata la mostra – un cambio drastico ed epocale nell’uso dei colori, delle luci e dei pennelli.
Un ritratto di Zolà, all’ingresso della mostra, rappresenta quello che sarà il futuro dell’arte dopo Manet. Ma anche ciò che era Manet durante la sua vita artistica e che i grandi critici del tempo disprezzavano.
Nonostante le continue bocciature alle sue opere, Manet non volle mai demordere. La gloria e i riconoscimenti, come per ogni grande artista, arrivarono postumi.
Tra quelle stanze, tra quei dipinti che rappresentano tutte le classi sociali, i contrasti tra toni scuri e abiti bianchi, morbidi e lindi, si ripercorre la vita di un uomo che non ha mai potuto sapere quanto quelle sue ribelli pennellate abbiano cambiato il corso della storia dell’arte.
Ma oggi noi lo sappiamo e possiamo ammirarlo.
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Grazia La Paglia

Grazia La Paglia

Grazia La Paglia. Sono nata e cresciuta nell'entroterra siciliano e ho vissuto (a) Palermo, città che mi ha formato e mi ha regalato un sogno: quello di diventare giornalista. Lì ho collaborato, per la prima volta, con un giornale cartaceo: La Repubblica Palermo, e da quel giorno il capoluogo siciliano è diventato la mia seconda casa. In quella redazione ho imparato a scrivere di volontariato, dei problemi del terzo settore, di belle storie di integrazione e multicultura, di innovazione e lavoro, di ambientalismo, di scuola e di università. Nel novembre del 2015 è nato il mio blog autore, ClickUniversità, sempre di Repubblica dove racconto la vita degli universitari, le storie di chi - con una laurea in mano - riesce ancora a farcela e di chi è costretto a emigrare. E poi ancora, a Palermo, le collaborazioni con I Quaderni de L'Ora, il giornale culturale francese Cafè Babel e le dirette radiofoniche con Radio 100 passi. Ma non ho mai dimenticato la mia prima casa, Vallelunga, che ho raccontato sul sito Magaze.it, sul quotidiano La Sicilia e sul periodico culturale da me diretto, La Radice. Lettrice instancabile, ho moderato la presentazione di diversi libri e ho ideato e realizzato due edizioni del Festival del Libro. Adesso sono una terrona a Milano, ma il mio cuore resta alla Cala mentre ammiro i tramonti sui Navigli.

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