Itinerari

Lo Spasimo di Palermo, da Giacomo Basilicò al Borsellino di Consolo

La vostra Patti Holmes, oggi, vi accompagna dentro una narrazione ad incastro che ha come filo conduttore uno dei tanti luoghi d’incantamento della misterica Palermo.

In questa storia, purtroppo, oltre le luci, compariranno forti ombre che saranno diradate dall’esempio. Intuendo già le vostre legittime domande, parto, immediatamente, con gli indizi:

1) Siamo diretti nel quartiere Kalsa.

2) In un luogo il cui nome può significare sia dolore, che desiderio.

3) Che ha dato il titolo sia ad un dipinto, che a un libro.

4) Che ha un legame con uno dei tanti martiri caduti per mano mafiosa.

In questo nostro racconto, che vede protagonista la Chiesa di Santa Maria dello Spasimo, si intrecceranno date di un passato ormai remoto e di uno che sarà sempre bruciante presente. La genesi di questo complesso monumentale risale al 1506 quando il giureconsulto palermitano Giacomo Basilicò. Particolarmente devoto alla “Madonna che soffre dinanzi al Cristo che cade sotto la croce sulla via del Calvario”, dona, ai padri benedettini di Monte Oliveto, dei terreni per la costruzione di una chiesa e di un monastero che lui avrebbe finanziato.

I lavori iniziano nel 1509 e vedono la Chiesa arricchirsi, nel 1518, di un capolavoro di inestimabile valore.

Lo Spasimo di Sicilia di Raffaello Sanzio, raffigurante lo sgomento di Maria dinanzi al Cristo caduto sotto il peso della croce. Questo dipinto, oggi conservato nel Museo del Prado di Madrid, nel 1661 viene donato dal Viceré di Palermo Don Ferdinando D’Ayala, a Filippo IV, re di Spagna, in cambio di agevolazioni e favori.

Nel 1535 la minaccia di Solimano II costringe il Viceré di Sicilia don Ferrante Gonzaga a potenziare la città con cinte murarie, bastionate, baluardi e un fossato intorno alla Chiesa. Lo Spasimo, nel 1569, venne acquistato, assieme al convento, sempre per esigenze militari, dal Senato di Palermo. Nel 1582 diventa gioiosa sede di spettacoli pubblici, ma lo scoppio della peste, nel 1624, la trasforma in lazzaretto e, a fine epidemia, in granaio e magazzino.

A metà del settecento un altro “spasimo”, lacerazione, coglie questo luogo. A causa del crollo della volta della navata centrale, che non verrà mai più ricostruita, diventa suggestivo teatro all’aperto. Le sue mutazioni, però, non sono ancora concluse. Nel 1855 una parte dell’ex convento viene trasformata in ospedale e la navata, scoperchiata, in un giardino. L’alluvione del 1931 e i terremoti del 1940 e del 1968 le assestano il colpo di grazia. Infine, il 25 luglio del 1995, dopo tante peripezie, la riapertura al pubblico.

“Lo Spasimo di Palermo”, però, è anche un libro di Vincenzo Consolo che mutua il titolo proprio al dipinto di Raffaello Sanzio a cui abbiamo accennato.

Il protagonista e alter ego dello scrittore, proprio uscendo dalla Chiesa di Santa Maria dello Spasimo, incontra, in una farmacia, un giudice che gli darà passaggio, spinto dalla sorella, fino al suo albergo che si trova, scherzi del destino, di fronte alla casa dell’anziana madre.

E’ il 19 luglio quando, nella sua stanza d’albergo, Gioacchino Martinez, aprendo inspiegabilmente un libro e ritrovando le prime note dello Stabat Mater, decide, dopo tanto tempo, di scrivere al figlio Mauro per raccontargli della sua Palermo e di quel servitore dello stato appena conosciuto. Una telefonata concitata, che lo invita a scappare, blocca il flusso dei suoi pensieri, ma non le sue azioni che lo portano ad avvicinarsi alla finestra. In un attimo, vedendo arrivare il giudice con la scorta e intuendo che qualcosa di terribile sta per accadere, si precipita per le scale per avvertirlo, ma…

Ferro, fuoco, carni dilaniate e il fioraio, poco distante, implorare:
O gran manu di Diu, ca tantu pisi
Cala, manu di Diu, fatti palisi.”

E lo σπασμός lacerò Palermo, privandola di Paolo Borsellino, di quegli uomini e di quella donna, grandi servitori dello stato, uccisi da una bomba innescata da mani vili.

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Giusi Patti

Giusi Patti

Mi chiamo Giusi Patti, ma sono anche la Dottoressa Pattin, Giuseisha e Patti Holmes. Una e tante. Mi definisco un "complesso", anzi un condominio di donne che coabitano pacificamente. La prima, l'originale, è laureata in filosofia; la seconda è una studiosa, specializzata in "uomini e donne d-istruzioni per l'uso"; la terza è una guru del sorriso e la quarta, infine, un'indagatrice. Tutte, proprio tutte, sono legate da un fil rouge che è l'amore per i viaggi fatti e in sognati, ma sempre conditi da miti e leggende. Chiedetemi e cercherò di soddisfare ogni vostra curiosità con pensieri parole opere e mai omissioni. Parola mia.

2 Comments

  1. Andrew
    4 Giugno 2017 at 18:09 — Rispondi

    Il luogo che amo di Palermo, e che non sapevo collegato ad uno dei posti che amo in Toscana, l’Abbazia di monte Oliveto Maggiore, vicino Pienza.

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