Le Storie

L’Eremo di Quisquina e L’Oscurato di Alfonso Leto

La vostra Patti Holmes, oggi, vi conduce a Santo Stefano di Quisquina, (in cui si è appena svolto il Quisquina Cheese Festival) terra dei Sinibaldi, la nobile famiglia che diede i natali a Santa Rosalia, la Santuzza, e luogo in cui è ambientato “L’oscurato”, libro di Alfonso Leto, artista stefanese. Ma prima di seguire il ragionamento appena tracciato, voglio raccontarvi la sua etimologia composta dal greco “στέφανος”, corona, in quanto coronato dai monti Sicani, e dall’arabo “coschin”, oscurità, per la fittezza dei suoi boschi.

Ed ecco che qui si innesta la storia della Vergine palermitana. Prima della sua fondazione, alcuni documenti attestano l’esistenza di un casale Sancti Stephani, di proprietà dei Sinibaldi, signori della Quisquina e del monte delle Rose. E proprio una tela raffigurante gli “Antichi protettori” del paese, Santo Stefano Protomartire, Madonna della Catena e Santa Rosalia, dimostrerebbe come già nel 1464 ci fosse un forte culto e una grande devozione verso la Santuzza, prima ancora che ne venissero scoperte le reliquie sul Monte Pellegrino il 15 luglio 1624.

Il popolo stefanese, infatti, sapendo che una fanciulla si era rifugiata nel secolare bosco della Quisquina, ma non conoscendone il luogo esatto, ogni martedì, dopo la Pasqua, vi si recava in pellegrinaggio per celebrare la messa sui resti di un altare. Ma il 24 agosto del 1624 due muratori palermitani, decisi a trovare la grotta, andarono alla Quisquina e, tramite un buco tra le sterpaglie, calandosi dentro, notarono sulla parete dei segni che sembravano lettere.

Il giorno seguente i due, con gli Stefanesi e il clero tutto, vi ritornarono e, ripulendo dalla crosta calcarea quelle lettere e scrivendole con un carboncino, scoprirono che era il testamento spirituale di Santa Rosalia: “Ego Rosalia Sinibaldi quisquinae et rosarum domini filia amore domine mei jesus cristi in hoc antro habitare decrevi”, “Io Rosalia Figlia di Sinibaldi padrone della Quisquina e del Monte delle Rose per amore del mio Signore Gesù Cristo ho deciso di abitare in questo oscuro antro”. Sul luogo venne eretta una cappella e, in seguito, l’Eremo con il Santuario.

Ed è qui che entra in scena “L’oscurato”, libro di Alfonso Leto, noto pittore di Santo Stefano di Quisquina. Nel 1987 l’artista espone le sue opere nell’antico eremo e, proprio in questi luoghi che celano la grotta piccola, buia e fredda di Rosalia, la sua voce narrante tratteggia la figura di Padre Martial, l’oscurato monaco di Quisquina, e l’incontro della Sicilia con la Francia attraverso spettri che sembravano dimenticati e riappaiono prepotentemente.

La prima e immediata domanda che investe il lettore è chi sia l’ambiguo ospite del monastero. Poi, andando avanti, si viene travolti dall’ironia e dallo spirito di osservazione dell’autore-ierofante che, guidandoci tra le pieghe più profonde del suo libro, tra spaccati di storia dell’arte, dialetti musicali, sapori millenari che resistono alla modernità, pecorino e laudano, droghe differenti, ma entrambe assuefacenti, abbandona il palcoscenico siciliano, di un nero abbagliante, per lasciare la ribalta alla Francia, losca e dissoluta. E l’essere e il tessere si fanno uno, come la trama e l’ordito di un tessuto prezioso.

L’oscurato” che, sospeso tra il sacro e il profano, l’arte e la vita, rimanda per ambientazione a “Il nome della rosa” di Umberto Eco e per cupezza a “I Beati Paoli” di Luigi Natoli, più che un giallo, contenendo tantissimi colori che solo un grande pittore poteva tirar fuori, è un romanzo per “abbramati”, eremiti, che abbramati non sono. Alfonso Leto dipinge magistralmente la “non fuga” delle ombre inquiete che annodano l’entroterra agrigentino con Vichy, Lyon e Avignon e chissà che non sia proprio il richiamo iniziale a “Les demoiselles d’Avignon” di Picasso il fil rouge che lega il passato e il presente di Padre Martial?

A voi, miei Watson, il piacere di scoprire questo luogo e le tante suggestioni letterarie che evoca. Dalla vostra Patti Holmes, per il momento, è tutto.

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Giusi Patti

Giusi Patti

Mi chiamo Giusi Patti, ma sono anche la Dottoressa Pattin, Giuseisha e Patti Holmes. Una e tante. Mi definisco un "complesso", anzi un condominio di donne che coabitano pacificamente. La prima, l'originale, è laureata in filosofia; la seconda è una studiosa, specializzata in "uomini e donne d-istruzioni per l'uso"; la terza è una guru del sorriso e la quarta, infine, un'indagatrice. Tutte, proprio tutte, sono legate da un fil rouge che è l'amore per i viaggi fatti e in sognati, ma sempre conditi da miti e leggende. Chiedetemi e cercherò di soddisfare ogni vostra curiosità con pensieri parole opere e mai omissioni. Parola mia.

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