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Laura Valenti, l’artista-psicologa che trasforma gli scarabocchi dopo le sedute in opere d’arte

Laura Valenti

Cari miei Watson, oggi vi accompagno in un mondo colorato, variegato e complesso, fatto di metafore, aforismi, immagini, studi approfonditi sulla psiche umana e arte a tutto tondo.

Immaginate questo percorso verso l’imponderabile come un crocevia in cui dover scegliere la direzione da prendere o, ancor meglio, fare una sorta di gioco in cui preferire ora l’una e poi l’altra. Al centro di questa intervista della vostra Patti Holmes, che se ricordate è coabitata da un condominio di donne eterogenee, è una figura surreale che potrebbe essere uscita da un film fantasy calato, però, nel reale. Il suo nome è Laura Valenti che, il 26 gennaio alle 18, a Villa Niscemi, presso la Galleria Nicola Scafidi, metterà in mostra le sue opere, anzi vi disvelerà i suoi tanti mondi. Questa chiacchierata, rispetto alle altre, avrà qualcosa di diverso perché, mentre di solito, da nipote di Sherlock Holmes, a fare l’identikit sono io, questa volta sarà la nostra protagonista a tracciarlo, a dipingerlo, a guidarci alla sua “conoscenza”, anzi alla sua “essenza”. Ladies and Gentlemen, Mesdames et Messieurs, Signore e Signori ecco a voi Laura Valenti.

Laura, grazie per aver accettato di sottoporti al fuoco (amico) delle mie domande. Chiamandoci “I Viaggi di Cicerone”, non posso non partire, come d’abitudine, dal tuo luogo del cuore e dell’anima.

Se mi parli di luogo, posso risponderti in due modi: da un lato, il mio cuore è diviso a metà fra Palermo e Caltanissetta, fra mare e montagna, fra ricordi dell’infanzia mentre corro per i prati come Heidi, mi arrampico sugli alberi, gioco con i cani e corro al galoppo di Stellina (il mio cavallo) e le mie notti insonni ad aspettare l’alba per scendere a mare, ascoltando il dolce fragore della risacca; dall’altro, il luogo del mio cuore è la mia casa qui a Palermo, il posto dove trovo rifugio, ristoro e riposo anche nei momenti più difficili.

Adesso facciamo un esperimento che, conoscendo la tua giocosità, penso ti divertirà. Ti chiedo di farmi un un tuo identikit, numerato, e ad ogni punto, brevemente, dare qualche indicazione che ci riveli qualcosa di te.

Tu, sì, che mi sai prendere! Vediamo se riesco a stuzzicare te e i lettori con la mia risposta. A questo punto, mia cara, occorrerebbe non solo numerare le mie risposte ma avvalerci di una delle mie opere, perché, in ognuna di esse, come in delle figurine, è presente un ritratto di me, ognuna con delle caratteristiche che mi rendono facilmente distinguibile e, senza acritico eccesso di benevolenza nei miei confronti, unica e preziosa, come:

1. il colore dei capelli (nero blu, corvini, naturali), la particolare eterocromaticità dei miei occhi che cambiano dal grigio, al blu, al verde, al marrone.

2. In ogni opera ci sono Ele che diventa Elle, nella versione evoluta.

3. C’è Dod che è in me ovvero la mia parte divina.

4. C’è una donna alfa che non può e non vuole vivere ruoli non adeguati alla sua moltezza.

5. C’è la donna che ama la sua femminilità e il suo essere donna.

6. C’è la bambina che ha sempre voglia di giocare e un’infinita energia.

7. C’è un vulcano in eruzione che non si può arrestare. Attenzione!

8. C’è il piglio da giornalista che, con la qualifica di Psicologa clinica, vuole denunciare tutto ciò che di ingiusto vede e vive.

9. C’è una donna ferita che si è rialzata ed è rinata.

10. C’è la Psicologa che vive il suo ruolo come una missione da portare a termine con ogni paziente, h24, senza sosta, con scrupolo, precisione e passione.

Adesso, passando dall’universale al particolare, facciamo penetrare i nostri viaggiatori tra le pieghe dei tuoi tanti mondi. Iniziamo partendo con l’importanza che il simbolico ha nella tua vita e da cosa nasce questa tua ricerca.

Il simbolico ha avuto sempre un aspetto fondamentale nella mia vita. Grazie a esso, un pezzo di legno può essere una bambola o un cavallo. Sono cresciuta in una famiglia benestante, ho avuto sempre più degli altri bambini ma ho trovato sempre notevolmente appagante usare un oggetto o un luogo come fossero qualcosa di altro. Nel mio romanzo parlo, per l’appunto, del potere che riusciva ad avere su di me il “giro del corridoio” che io ho deciso fosse “magico” e così lo era diventato, facendomi dimenticare un dispiacere in pochi istanti. Poi, gradualmente, ho cominciato a scoprire la semantica e mi ha appassionato. Ho capito che potevo giocare con le parole e racchiudere in una sola tanti significati e, poiché, precocemente, mi sono accorta che non si può e non si deve dire sempre quello che si pensa, ho cominciato a usare la lingua, l’arte, i movimenti del corpo per comunicare quello che sentivo. Non mi è importato, quasi, che nessuno avrebbe colto i molteplici sensi nascosti. Col tempo, mi sono raffinata, ho affinato i modi e i mezzi. Ho trovato un modo per dire quello che penso al mondo, alle persone, a me stessa.

Sei psicologa, scrittrice, aforista e artista. Se dovessi fare una classifica o dare una percentuale, quanto sei dell’una e quanto delle altre e come convivono queste realtà apparentemente così lontane? Qual è il fil rouge che le lega, oltre Laura o L’Aura” che le avvolge?

Rispondo usando le parole di Freud: ho un tiranno, una mania, una ossessione ed è la Psicologia,. Sono anche Donna, Amica, Amante, Pentatleta, Bambina, ballerina, cantante e così non mi annoio mai. Come ha scritto Bukowski “un uomo deve provare tante donne per trovare l’unica”. Mi domando sempre cosa accadrà all’uomo che scoprirà e apprezzerà la mia moltezza!

Amo una tua definizione di “mobilitatrice”. In cosa consiste?

Noi Psicologi passiamo il tempo a mobilitare: risorse, forze, energie. Come fa un generale in un conflitto bellico, noi abbiamo il compito di indurre il paziente a combattere, a investire, a canalizzare energie. In absentia e in effigie non esistono né lottatori, né arena, né vinti, diceva Freud. Mi piace che Tu abbia notato questa definizione, nel senso che smuovo, metto in stato di emergenza, richiamo alle armi, al movimento, a impegnarsi a fondo, a mettersi in discussione. Dice il saggio all’allievo che chiede cosa deve fare per trovare la strada: “Cammina!”. ‘Il movimento genera sempre cambiamento’, è una delle formule che suggerisco sempre ai pazienti.

Tu vivi la professione di “psicologa” come una missione. Quando hai capito che la tua strada era tracciata e che, soprattutto, volevi percorrere proprio quella?

Quando ero piccola ho cominciato ad appassionarmi allo studio del comportamento umano. Osservavo i cambiamenti, le espressioni, i comportamenti e c’era qualcosa che non capivo: le migliaia di contraddizioni e ipocrisie in cui vivono gli adulti. Vedevo gente, definita “per bene” o “sana”, avere delle reazioni esagerate, anche per strada. A casa c’erano scaffali interi di medicina e cominciai ad appassionarmi a Freud e alla psicologia medica. Avevo anche la passione per i film thriller, che ho conservato, in cui c’erano, spesso, donne psicoanaliste con i capelli lunghissimi. E c’è un’altra ragione ancora: mi colpì molto un film del 1962 diretto da Arthur Penn, dal titolo “Anna dei Miracoli”, ispirato alla storia vera della sordo-cieca Helen Keller e della sua insegnante che fece di tutto per aiutarla. Io decisi che da grande volevo essere come lei! Non ultima ragione: lo studio del greco prima che del latino, quindi, delle tragedie e il dovere sempre andare oltre il significato letterale, la superficie delle parole, delle persone.

Laura Valenti

Adesso, però, andiamo alla tua Mostra “Dal linguaggio dei segni alle metafore (Gli scarabocchi di una Psicologa dopo le sedute)” che, immaginifica già nel titolo, sarà inaugurata a Villa Niscemi, presso la Galleria Nicola Scafidi, sabato 26 gennaio alle 18. Quali sono i temi delle tue opere?

Il tema delle infrastrutture, dei substrati, della superficie e della profondità, delle illusioni e della realtà, dell’ipocrisia e del lato oscuro attorno a cui si tende a costruire l’intera esistenza.
Il tema del fanciullo che dovrebbe esserci in ciascuno di noi ma, spesso, purtroppo, è dimenticato e ritenuto inadeguato al ruolo di adulti.
Un tema comune è anche quello dei desideri e dei sogni: mai abbandonarli ma neanche osannarli o perseguirli a qualunque costo e senza avere ben calcolato e pianificato strategie, tempi, risorse possedute e da investire, etc..
Il tema della sublimazione: trasformare, cioè, in positivo ciò che non lo è e canalizzare le energie verso qualcosa di piacevole ed edonico.
Sembrerebbe, poi, contrario alle mie vesti scientifiche e cliniche ma è presente il tema del rito e della magia. Io penso che un razionale dovrebbe essere l’uomo del dubbio, per cui, se non si possiedono le verità dell’universo, non si può assumere una posizione assolutista. Alcune mie opere contengono i miei più grandi desideri e sogni e i disegni rituali che ho ideato dovrebbero portarli a realizzazione. Sarete, infine, illuminati, spero, dalla luce Yin se vi troverete nell’oscurità Yan. Non so se sono le persone a non avere paura di mostrarmi il loro lato oscuro o se sono io a possedere il dono di vederlo ma scrutarlo, a volte, non è piacevole perché quel lato oscuro, da un lato, porta in me luce, dall’altro, la toglie, risucchiandola. Quando non riesco a illuminare la zona d’ombra, nascosta agli altri, non soccombo a essa perché medere (proteggere) mi fa sentire imbattibile.

Tu fai un’interessante distinzione tra fotografia e disegni, tra staticità della prima e proiezione di pensieri ed emozioni dell’altra. Non pensi che anche la fotografia, che è “scrivere con la luce”, sia un rimandare all’esterno un mondo che vogliamo comunicare?

Che bella espressione la tua: rimandare all’esterno quello che vogliamo comunicare. È vero, infatti, ci mettiamo in posa per fare trasparire qualcosa e nasconderne un’altra. La fotografia è un ottimo modo per nascondere una parte di noi che, in quel momento, per una ragione o un’altra, non vogliamo fare risaltare.

La parola “Ego” quanto si lega a te come donna e quanto a te come psicologa?

Tu mi provochi… Ego come alter ego, ego come Io. Es e Super Io, ego come egotismo, ego come egocentrismo. In un mio aforisma, ho scritto che non voglio essere separata, io sono Una. Sono una Donna, Psicologa, sicura di sé, determinata, egocentrica ma rispettosa dell’altro, nel senso che sono accentratrice anche senza volere, per carisma o indole, o per il mio sorriso e il mio modo di fare. Io accetto le critiche, il confronto, lo scambio e so essere molto umile ma non per questo mi dimentico il valore della mia persona. Mi sono data un valore (un alter ego) e sotto quello non vado mai. Ed è grazie al mio ego che, spesso, trovo il canale o la forza per tirare su i miei pazienti.

Laura Valenti

Ognuno dovrebbe custodire il fanciullino, richiamando Pascoli, che è in sé, cosa che tu ami fare. Come si può risvegliarlo in chi, adulto, ha dimenticato la componente ludica che è inscritta in noi e ci permetterebbe di vivere con più “leggerezza” la vita?

Una volta ero a mare e ho cominciato a giocare con i bambini “a morderci la coda in acqua”, c’erano pure delle regole. Era così divertente che si sono uniti anche gli adulti più timidi, iniziando con qualche tipo di ritrosia ma, poi, incoraggiati da me, tutti eravamo uno spettacolo! Un’altra volta, in un villaggio turistico, ho cominciato a giocare con i bambini (a volte, gli adulti sono una tale noia, lì a prendersi il sole, a stare come statuette!). Iniziai con quelli piccoli: tutti sul prato a farci bagnare dagli irrigatori, che ridere! Così i bambini più grandi, che ci snobbavano perché loro facevano cose da grandi, si sono uniti, pure loro e, poi, abbiamo cominciato a organizzare tutti i giorni estenuanti gare sportive, dalla mattina alla sera… a mezzanotte! Quando finivamo la serata con salti in lungo sulla spiaggia! Estenuanti per loro, non per me, ovviamente! E la gara consisteva nel vincere me, troppe risate! Vincevo sempre io… fino a che non arrivavano noiose mamme che si infastidivano perché, poi, arrivavano a casa stanchi (???) e pieni di sabbia. Quindi, credo ci voglia una Come Me per rompere questi schemi in cui tutti sono intrappolati!

Il fanciullo sogna, ma l’adulto è ancora in grado di farlo? Quali sono quelli che devi, ancora, estrarre dal cassetto?

Gli adulti non possono più sognare come quando erano giovani perché sono disincantati, hanno ricevuto chissà quante delusioni e devono fare i patti con le risorse possedute e con l’età, il tempo che passa, inesorabile e veloce. Eppure, alcuni adulti ci consentiamo ancora qualche fuga, qualche sogno da realizzare. Io sognavo l’amore AGAPE-EROS-FILOS e, in parte, lo sogno ancora ma non mi faccio troppe illusioni. So che potrebbe accadere ancora e sempre. Perché così è l’amore: come un ciclo, quando finisce, non è il caso di insistere, se non va, ma tenersi pronti per un nuovo amore, un nuovo inizio! Sogno di diventare ricca e famosa, sogno di essere libera dalle restrizioni economiche, sogno di continuare la mia missione e di salvare le persone, anche le più difficili, dal loro lato oscuro. Sogno di aprire una clinica di benessere, il cui progetto l’ho abbozzato già dai miei 17 anni ed è ancora lì, nel cassetto della scrivania. Sogno di avere potere con le parole tale da arrivare a toccare il cuore anche di persone che vivono dall’altra parte del mondo. Sogno di illuminare i farabutti anche solo con le parole. Sogno di poter realizzare al più presto la collezione di abiti da sera che ho ideato ma per cui mi mancano le risorse. Sogno di vendere le mie opere al migliore offerente!

Spesso usi il termine sublimazione, che mi è familiare perchè da laureata in filosofia ho letto il meraviglioso libro di Edmund Burke “Il Bello e il Sublime”. Il Sublime è legato sia a “sub-limen”, altissimo, e sia a “sub-limo”, sotto il fango, ossia infimo, da qui la sua problematicità. Per il filosofo il Sublime è generato da ciò che inquieta e sfugge al controllo della ragione. Per te la sublim-azione è legata allo stesso sentimento?

Che onore che tu sia una mia lettrice così attenta! Sublimazione è un processo psichico e/o un meccanismo di difesa che avrebbe la sua forza nell’energia che c’è in circolo, a causa di una nostra passione. La passione, grazie a questo processo difensivo, viene deviata verso una nuova meta, non potendo trovare appagamento in essa. Chi desidera uccidere può diventare medico. Io ho realizzato le mie opere in un momento di grande struggimento interiore, causato dall’acquisizione di consapevolezza che il mio matrimonio stava finendo (era finito) e così, siccome non ero pronta per lasciare quello che era mio marito, ho cominciato a creare opere e aggiungere valori. Il termine “sublime” ha un forte riferimento al concetto di “elevatezza”. La sublimazione è, quindi, questa capacità di cambiare la meta originaria con un’altra, a volte, ben più appagante della prima.

Nonostante le tue vesti siano scientifiche e cliniche, in te, cosa che mi ha molto colpito, è presente il tema del rito e della magia. Diceva Novalis: “Tutto è magia, o niente“, io propendo per la prima e tu?

Io trovo magico che tu mi abbia richiesto un’intervista. Trovo magico che come una bimba mi sono ritrovata davanti un cappello e, sbalordita, vi è un uscito un “bianconiglio” che sto cercando di seguire con passo veloce. Io sono una razionale, amo la scienza, l’arte. Tuttavia, ci sono misteri insoluti a cui non posso dare risposta e non ne trovo fra i libri già scritti. A volte, penso che sia strano che tutto torni magicamente dopo tempo: bene o male che sia. Non so quali siano le leggi dell’Universo ma tento di rispettarle. E so che, come per magia, quello che mi sembra un incubo può trasformarsi in un sogno, in qualunque momento. Perciò non smetto di crederci. Non smetto di credere che siamo creature magiche in grado di ricreare la nostra realtà, con la positività, e di distruggerla, con la negatività.

Come vivi il “Dubito ergo sum” di Sant’Agostino, come insicurezza o, piuttosto, possibilità, di concedersi ipotesi “altre”?

Io amo il dubbio, perché è quello che mi guida verso la conoscenza, come direbbe Socrate. Direi, quindi, la seconda che hai detto.

Riguardo il tema della morte che a me, umana troppo umana, spaventa, affermi: “il mio corpo può decomporsi ma non le mie parole. Esse mi consentiranno di vivere in eterno. Le parole rendono immortali, hanno più peso dell’anima stessa”. Basta ciò a farti vincere l’angoscia che la “Signora con la falce” produce?

C’è un meccanismo di difesa che dovremmo imparare a usare, quando non ci conviene, ed è quello che ci porta a ‘congelare’ i sentimenti, le emozioni, i pensieri. Non ci penso, non è un argomento umano ma divino. Noi possiamo solo subire, al momento, questa legge di natura che sembra così spietata. D’altra parte, ultimamente, capisco che la gente vive tali difficoltà che non riesce a vedere altra via se non il suicidio per uscire dall’impasse in cui si trova. Lo sapete di cosa è fatto questo vicolo cieco? Di pregiudizi, schemi sociali acquisiti! Perché, spesso, il professionista non riesce a pensarsi come domestico e, per evitarsi l’umiliazione, preferisce morire. Il problema è che non sappiamo, in concreto, che cosa succeda dopo la morte e se la provochiamo noi. E se fossimo in una realtà virtuale in cui se ci si uccide mentre si è attaccati da un cordone al vero corpo che si trova in un’altra dimensione, fossimo condannati al buio o a non potere più tornare in vita?

Dopo Thanatos, ecco apparire Eros o, più romanticamente, l’amore. Cos’è per te? Io in questi tempi parlo spesso di fast food sentimentale, di bulimia, facilitata dai social. Cosa pensi in proposito e credi che oggi la fedeltà sia praticata o praticabile? Lo dice una malata di monogamia che cerca un corso che la liberi da questa grave patologia (scherzo, ma non troppo).

Come si possono scrivere le risate che mi ispiri? Sinceramente, per me l’amore deve essere prima eros, poi, il resto. Sono stanca di uomini che i primi tempi provano desiderio e, poi, non ne hanno più o ne hanno poco. Per me, l’amore è stare bene e fare sesso, litigare e risolvere con il sesso, fare sport e sfogare l’adrenalina con il sesso. E basta con gli stereotipi che rinchiudono le donne in cassetti o scarpe di qualche misura più piccola! Io amo la monogamia ma sto riflettendo molto grazie ai miei pazienti e conoscenti che, anche se sposati, dicono loro, felicemente, si trovano delle amanti occasionali per rompere la monotonia e sentirsi ancora se stessi. In effetti, anche a me è capitato che mi limitassi perché al mio partner non faceva piacere questo e quello. Forse, gli uomini sanno vivere meglio di noi, riuscendo a isolare il sesso dal resto. Non lo so. Mi interrogo molto sull’argomento. Sono separata e sto ancora cercando di capire quale rapporto potrei vivere senza che tenda a tarparmi le ali. Comunque, tutti dovremmo comprendere una cosa essenziale: che tutti sono importanti e nessuno indispensabile. Se il partner lo diventa è segno che dobbiamo immediatamente lasciarlo o porre rimedio perché evidentemente ci sono degli scompensi e degli eccessi di mancanze.

Scrivi anche meravigliosi aforismi, vorresti regalarcene uno, come anticipo della giornata che vivremo il 26 gennaio?

Nella similitudine, troviamo i paragoni. In amore, troviamo le differenze. Nelle metafore, troviamo i segreti. Ma in tutto troviamo la stessa forma: umana.

E per suggellare questo incontro, amerei una tua poesia che racchiudesse tutta la tua essenza.

Ricordi di marmo

Sotto il marmo del tavolo che evoca la rassicurante stabilità del definito

Mi fermo a pensare ai miei movimenti vertiginosi verso il cielo stellato, la luna, Dod.

Ho inciso tre parole su quel marmo freddo: ti voglio bene. Ma sono le mie parole incise su di un marmo freddo.

I miei capelli sono le onde di un mare in tempesta, i miei occhi sono il cielo sopra il mare, la mia bocca è la barca che mi porta lontano con un gesto, una remata. Ma io sono ancora qua con i miei ricordi di marmo. E tu sei ormai lontano.

Non importa quanto tempo passa,

restano incisi in eterno

come qualcosa di bello al centro del mondo, in un momento di morte,

rinnovamento, incertezza.

Grazie cara Mia, come amo appellarti io, perché è stata un’intervista supercalifragilistichespiralidosa!

 

Grazie a te Laura, psicologa, scrittrice, pittrice, aforista, poetessa e, soprattutto, amica. Per voi viaggiatori l’appuntamento è sabato 26 gennaio, alle 18, a Villa Niscemi, presso la Galleria Nicola Scafidi, per la mostra: “Dal linguaggio dei segni alle metafore. Gli scarabocchi di una Psicologa dopo le sedute“.

Alla prossima.

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Giusi Patti

Giusi Patti

Mi chiamo Giusi Patti, ma sono anche la Dottoressa Pattin, Giuseisha e Patti Holmes. Una e tante. Mi definisco un "complesso", anzi un condominio di donne che coabitano pacificamente. La prima, l'originale, è laureata in filosofia; la seconda è una studiosa, specializzata in "uomini e donne d-istruzioni per l'uso"; la terza è una guru del sorriso e la quarta, infine, un'indagatrice. Tutte, proprio tutte, sono legate da un fil rouge che è l'amore per i viaggi fatti e in sognati, ma sempre conditi da miti e leggende. Chiedetemi e cercherò di soddisfare ogni vostra curiosità con pensieri parole opere e mai omissioni. Parola mia.

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