Le Storie

La storia del paese dove la sirena scandisce il ritmo delle giornate

Certo, credere all’esistenza delle sirene non è facile. Ci vuole una grande dose di fantasia e – ammettiamolo, anche di follia. Ma c’è un paese,Vallelunga, in cui la sirena c’è, esiste. E a dispetto di quel che si possa pensare non si tratta di un paese di mare. Ma di un paese nel cuore di un’isola. Vive indisturbata nella piazza del paese, proprio lì dove sorge la chiesa. Custodita da tutti, voluta da tutti, ascoltata da tutti. Da anni scandisce il ritmo delle giornate di chi vive tra il paese e le campagne. E al suo canto tutti ubbidiscono, da sempre. E nessuno potrebbe farne a meno.

foto piazza

Ai tempi delle schiene piegate sotto il sole cocente durante la mietitura, dell’incessante raccolta di olive che portava sotto le chiome argentee tutte le famiglie – bambini compresi, del grano giallo da fare ancora crescere, dei pomodori da coltivare con cura, dei vigneti da innalzare verso il cielo, era la voce della sirena a scandire le giornate dei contadini del vallone.

L’attendevano gli uomini delle campagne. Attendevano la sua voce per riposare dopo una mattinata di lavoro. Per sedersi, sudati e stanchi, con la fronte scavata da fatica e sudore, all’ombra di un albero o di una tettoia. Lì avrebbero consumato il loro pranzo: pane nero e una minestra avanzata dalla sera prima. Un frutto e un sorso di vino rosso. E poi, alla sera, l’attendevano per iniziare a percorrere la trazzera, la strada verso casa. Per raggiungere la pace di un letto, il ristoro di un pasto caldo, le carezze del sonno che si scagliava contro la stanchezza delle membra.

In quel paese del Vallone, dimenticato dal mondo, la voce della sirena si lasciava ascoltare solo tre volte al giorno: alle otto del mattino, all’una del pomeriggio e alle otto di sera.

Ed era un appuntamento che anche le donne del villaggio attendevano. La voce della sirena faceva capire loro se era il momento di mettere sul fuoco la pentola con l’acqua, così da avere la pasta pronta per tutta la famiglia nel giro di pochi minuti. Oppure, alla sera, per capire che era giunto il momento di smettere di cucire, ricamare, rattoppare vestiti strappati o lavori a maglia, all’uncinetto. Suonava la sirena e tutto veniva messo da parte. Qualsiasi lavoro. Si andava, ancora una volta, ai fornelli. Si apparecchiava la tavola. Si attendeva il ritorno dei mariti e dei figli, si attendeva il calare del sole, si attendeva l’avanzare delle tenebre e il riposo su un letto, magari di fieno.

Passavano gli anni. Passavano senza che nulla, nel ritmo di quelle giornate, cambiasse. A scandire le parti della giornata era sempre lei, la voce della sirena. E tutti – grandi, piccoli, uomini e donne – ubbidivano. Non appena si sentiva alzarsi, si passava automaticamente da un lavoro all’altro, dai campi al pranzo, dal taglio e cucito ai fornelli.

L’autorità della sirena continuò incessante nel tempo. E continua ancora oggi.

Anche io le ubbidivo e, da piccola, avevo terrore di quella che si alzava – sovrana sul paese – alle otto del mattino. Perché mi ricordava che dopo trenta minuti sarebbe suonata la campanella della scuola e io, ancora ubriaca di sonno, mi trovavo davanti la tazza piena di latte. E no, non riuscivo ad alzarmi per correre le scale e imboccare la strada per la scuola.

Aveva un effetto totalmente differente il canto della sirena alle 13: mi ricordava che dopo trenta minuti sarebbe suonata la campanella che ci avrebbe aperto le porte, il cancello. La campanella della libertà, del pranzo, del ritorno a casa, dei miei cartoni animati preferiti. E poi, ancora, la sirena delle otto di sera. Se ero indietro con i compiti per casa – oddio – saliva l’ansia. Mancava poco alla cena e non avevo ancora completato l’analisi grammaticale o le equazioni di matematica, il riassunto di italiano o il capitolo di storia per l’indomani. Se i compiti erano già completati, la sirena significava potere finalmente sgomberare la tavola della cucina da quaderni e libri per aiutare mia madre ad apparecchiare. E poi cena e – finalmente – a letto.

Sì, quando vivevo giù mi piaceva dormire. Adesso sarà l’età, sarà il chivapianononèdimilano, ma quelle dormite e quella voglia di dormire sono un ricordo lontano.

Ma non è un ricordo lontano la sirena del paese. Così precisa, così puntuale. Quando torno in paese, dopo mesi di non averla sentita, dopo mesi di aver dovuto cercare una valida alternativa alla sua guida (ormai l’orologio del cellulare) è inevitabile chiedermi “ma è suonata la sirena?”.

È lì, in piazza, che inizia a cantare alle 8, alle 13 e poi ancora alle 8.

E quando si rientra in paese, sentirla sembra la cosa più normale che ci sia. Non ci si stupisce. Stupisce, semmai, non aver fatto caso a quel suono.

Ricordo ancora lo sguardo di una professoressa delle medie, nella mia classe per una breve supplenza, nel sentire quel richiamo, quel suono. Uno sguardo allarmato e stupito. Erano le 13, la sirena suonò – come sempre, come ogni giorno – e lei alzò lo sguardo. Ci vedeva sereni, tranquilli, ognuno impegnato nelle sue faccende. Due o tre compagni esclamarono: “Vai! È già l’una”.

Lei non capiva perché sentisse un tipico allarme da seconda guerra mondiale, e non comprendeva la tranquillità dei nostri volti. Come se fossimo abituati a un allarme bomba. Come quelli che si sentono nei film e che ti avvisano: “Scappa – dicono nelle pellicole di quel periodo – Vai sotto terra, nei rifugi di campagna. Tra un po’ pioveranno bombe”.

Cos’è?  Ci chiese. E noi rispondemmo, con indifferenza: “La sirena”.

La nostra sirena.

Provate a immaginarlo, voi, il paese senza la sirena.

Non sarebbe lo stesso. Ci sentiremmo persi, disorientati. Senza una guida, senza una meta. Perché per noi non è un allarme da film della seconda guerra mondiale. Per noi è la voce del paese, quella voce che ci ricorda cosa dobbiamo fare e che, a fine giornata, ci attendono i nostri cari – ancora una volta, come ogni giorno – intorno a una tavola imbandita.

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Grazia La Paglia

Grazia La Paglia

Grazia La Paglia. Sono nata e cresciuta nell'entroterra siciliano e ho vissuto (a) Palermo, città che mi ha formato e mi ha regalato un sogno: quello di diventare giornalista. Lì ho collaborato, per la prima volta, con un giornale cartaceo: La Repubblica Palermo, e da quel giorno il capoluogo siciliano è diventato la mia seconda casa. In quella redazione ho imparato a scrivere di volontariato, dei problemi del terzo settore, di belle storie di integrazione e multicultura, di innovazione e lavoro, di ambientalismo, di scuola e di università. Nel novembre del 2015 è nato il mio blog autore, ClickUniversità, sempre di Repubblica dove racconto la vita degli universitari, le storie di chi - con una laurea in mano - riesce ancora a farcela e di chi è costretto a emigrare. E poi ancora, a Palermo, le collaborazioni con I Quaderni de L'Ora, il giornale culturale francese Cafè Babel e le dirette radiofoniche con Radio 100 passi. Ma non ho mai dimenticato la mia prima casa, Vallelunga, che ho raccontato sul sito Magaze.it, sul quotidiano La Sicilia e sul periodico culturale da me diretto, La Radice. Lettrice instancabile, ho moderato la presentazione di diversi libri e ho ideato e realizzato due edizioni del Festival del Libro. Adesso sono una terrona a Milano, ma il mio cuore resta alla Cala mentre ammiro i tramonti sui Navigli.

1 Comment

  1. Andrea
    7 settembre 2017 at 12:46 — Rispondi

    Grazie, un bel ricordo del paese di Mio Padre!
    Andrea Cipolla

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