Le Storie

Francesco Grasso, una vita autentica fissata nell’arte

Vivere con profondità e insieme leggerezza, continuare a stupirsi e ad appassionarsi, portare avanti una ricerca infaticabile. Ogni tanto, riaprire il proprio diario e fissare un evento, un’amicizia sincera, un incontro sorprendente. È quello che fa da più di quarant’anni (e che continuerà a fare) Francesco Grasso con il suo Diario Pittorico: una serie di dipinti, realizzati dal ’77 ad oggi, che a tutti gli effetti si possono considerare un’unica opera, l’opera-vita che l’artista catanese continua a comporre, pagina dopo pagina, nella quale può specchiarsi e ritrovare se stesso.

Si intitola proprio Diario Pittorico – Metafore della levità, la mostra del prof. Grasso visitabile fino al 25 marzo a Catania, nelle sale del Palazzo della Cultura. La mostra contiene diverse pagine del Diario: dipinti e disegni segnati da una spontaneità che meraviglia e cattura.

 

L’incontro con Grasso

L’abbiamo incontrato e abbiamo potuto ascoltare la storia del Diario e così quella della sua vita. Ci ha raccontato, con voce commossa ma priva di nostalgia, gli anni di insegnamento all’ex-Istituto d’Arte di Catania, ora Liceo Artistico Lazzaro, i rapporti di stima e affetto con i presidi e gli alunni, ci ha descritto ancora meravigliato l’emozione della prima mostra alla New Gallery di Catania, la lunga carriera artistica, le opere tese allo “studio del volo”.

Ci ha parlato con grande emozione della profonda amicizia con Manlio Sgalambro, intellettuale noto soprattutto per essere stato il paroliere di Franco Battiato, uno dei primi e dei più profondi apprezzatori dell’opera di Grasso. Abbiamo conosciuto così un rapporto sincero, autentico, sugellato anche da diverse pagine di Diario che l’artista ha dedicato all’amico. Nella mostra tenutasi lo scorso anno, in occasione del quarantennio di attività, un’intera sala era dedicata a Sgalambro, e una a Battiato, altro riferimento del pittore.

La mostra

La prima sala, dedicata alle opere più recenti, ha un protagonista indiscusso: l’aquilone che vola letteralmente da un dipinto all’altro, un leitmotiv che è sintesi della poetica dell’artista. L’aquilone è leggerezza (levità), volo, libertà e sogno. Ogni apparizione dell’aquilone è un mondo microscopico: compare sempre diviso in quattro riquadri, due dei quali puntualmente occupati dall’Etna e da una casetta, testimoni di un invincibile attaccamento alla propria terra.

L’aquilone vola, ora solitario, ora seguito da stormi di rondini, sorvola campi fioriti, arriva fino alla musica di Bellini, amatissimo dall’artista. Un mondo fiabesco, incantato, fatto di colori accesi, mai violenti. Ammirare il volo dell’aquilone è veramente vedere il mondo attraverso lo sguardo meravigliato e incantato dell’artista, o, secondo le sue stesse parole, del ‘fanciullino’. Tutto questo è possibile grazie a un aquilone, una natura fantastica e un cielo coloratissimo. In una scena di un bel film di pochi anni fa, Dio esiste e vive a Bruxelles, veniva cambiato lo ‘sfondo’ del mondo, sostituendo l’ormai usuale azzurro con le fantasie più disparate. I cieli su cui volano gli aquiloni di Grasso ricordano quell’emblematica sequenza: l’artista riesce a cambiare lo ‘sfondo del mondo’, facendo del suo stato d’animo il mondo stesso, ‘facendo del fuori un dentro infinito’.

La seconda sala è dedicata a diverse pagine del diario, e ad alcuni disegni intrecciati a testi di Sgalambro. Anche qui domina il ricordo stampato, impresso sulla tela, dipinto, colorato e persino scritto. Sorprende come il ricordo, all’interno del Diario, non sia mai nostalgia, ma semplicemente affettuosa memoria, pagina viva, pulsante, senza l’ombra di rimpianti.

Il Diario è un progetto unico, coeso e coerente, ma mai finito, che si crea continuamente e a volte persino si autogenera: più di un’opera è dedicata alle parole di apprezzamento, prime tra tutte quelle di Sgalambro, su Francesco Grasso e sulla sua pittura.

Dopo la visita alla mostra e la conversazione con il prof. Grasso anche noi conserveremo nella memoria la storia di una vita vissuta con autenticità, fissata nell’arte, capace di sostenere una marea di ricordi. E nonostante questo (o proprio grazie a questo), la meraviglia e l’entusiasmo di un bambino che continua a far volare il suo aquilone e ad inventarne i cieli.

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Vincenzo Nugara

Vincenzo Nugara

Più che un viaggiatore mi definirei un pendolare. Innanzitutto nel senso tradizionale: viaggio da anni dal mio paese, San Giovanni Gemini, prima per frequentare il Liceo Classico, ora per studiare Fisica. L’essere pendolare cambia inevitabilmente il modo di pensare, l’idea stessa di casa, di viaggio, di mondo. E così ho cominciato a fare il pendolare anche in un’altra dimensione: l’Arte. Ho iniziato a viaggiare incessantemente tra la Letteratura, le Arti Figurative, il Teatro, la Musica e il Cinema. Solo così ho imparato ad amare insieme Kubrick e Moresco, De André e Tarantino, Messi e Leopardi (sì, Messi è nelle Arti Figurative). Cosa c’è di particolare nell’essere pendolare? La necessità di ritornare sempre, e il non sapere se e dove il viaggio si concluderà.

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