Le Storie

“Ci bastava davvero poco per essere felici”. Storie di un carnevale di paese

Attendevo quei giorni per sentirmi una principessa dall’aurea rosa e dorata.

Dai lunghi boccoli che cadevano sulla schiena. Catapultata nel presente per sbaglio. Generata da un’epoca lontana. Attendevo, durante il mio Carnevale di paese, di indossare quel vestito di seta e merletti. Con un ampio sottogonna di tulle che rimbalzava ad ogni piccolo passo. Che dondolava ad ogni piccolo movimento.

Attendevo il fine settimana per vestirmi come nei più bei sogni che si fanno da bambina. Quei sogni dove tutto è possibile. Dove esistono i castelli e le fate, la bellezza e la perenne primavera. Attendevo il sabato e la domenica per uscire con le compagne di scuola, anche loro dame e principesse di regni lontani e dimenticati.

Avremmo percorso insieme le vie del nostro piccolo paese e l’asfalto si sarebbe colorato di stelle colorate: coriandoli e stelle filanti. Quei piccoli ritagli di carta dai toni dell’arcobaleno che si sarebbero sciolti, sull’asfalto, alla prima pioggia.  Avremmo messo rossetto e fard a dispetto della nostra tenera età. Era quello l’unico momento dell’anno in cui ci era concesso. Qualcuna sarebbe riuscita anche a rubare alla madre o alla sorella maggiore un filo di mascara, o un lieve tratto di matita nera a delineare quegli occhi piccoli ma imbevuti di illustrazioni da libri delle fiabe – quelle storie menzognere ma di cui non potevamo fare a meno.
Al nostro ritorno a casa, avremmo trovato le cucine delle nostre madri colme di dolci ancora caldi, appena preparati. La farina si mischiava con l’olio bollente, con il miele, con lo zucchero a velo.

L’indomani avremmo portato quei dolci a scuola, per la consueta festa in maschera. Il grande corridoio su sui si affacciavano le nostre classi sarebbe diventato un lungo e variopinto tappeto di coriandoli. Anche lì sarebbe bastata una mezzoretta di pulizie, una scopa e una paletta, per cancellare quel nostro piccolo regno fatato.

Sapevamo che tutto sarebbe finito presto. Che quei vestiti cuciti dalle nostre madri per le sfilate della scuola sarebbero presto tornati nell’armadio. Ma era bello perdersi in quelle stoffe, in quei piccoli momenti in cui il regno delle fiabe faceva il suo ingresso nella realtà, distraendoci dai compiti per casa e dalla routine di una vita di paese che scorre tranquilla, serena, intervallata da una lezione di musica e dalla preparazione della recita di fine anno.

Ma un giorno ci saremmo dimenticati di quei vestiti dai mondi di “C’era una volta”. La sera, sul tardi, saremmo scesi per le strade del paese anche con il viso coperto da una maschera per infilarci nelle case dei vicini che offrivano i dolci e il loro soggiorno per ballare.

Si entrava a piccoli gruppi – la comitiva al completo – e, nascosti dietro quelle maschere e quegli abiti trovati in soffitta o negli armadi dei nonni, camuffati in personaggi inesistenti, avremmo ballato sotto anonimato fino al giungere dell’alba. Lì sarebbero cessate quelle invasioni nelle stanze e nelle vite di chi apriva la porta, tutta la notte, per far ballare ragazzini e adulti. Bastava uno stereo e un vassoio di chiacchere per fare del carnevale di un piccolo paesino un momento carico di attese e di quello che – nei giorni ordinari – non c’era.

L’indomani avremmo cercato di capire chi si era nascosto, in quella notte, dietro una mantiglia di lana, dietro una maschera con le fattezze di un politico, dietro le sembianze di una anziana strega. Dietro quegli abiti prestati, dietro quelle maschere comprate nelle cartolerie del paese, dietro passamontagna improvvisati.

Perché ci bastava questo per avere il nostro carnevale dalle strade invase di profumo di zucchero a velo. Un profumo che i nostri panifici non potevano trattenere.

Ci bastava davvero poco.

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Grazia La Paglia

Grazia La Paglia

Grazia La Paglia. Sono nata e cresciuta nell'entroterra siciliano e ho vissuto (a) Palermo, città che mi ha formato e mi ha regalato un sogno: quello di diventare giornalista. Lì ho collaborato, per la prima volta, con un giornale cartaceo: La Repubblica Palermo, e da quel giorno il capoluogo siciliano è diventato la mia seconda casa. In quella redazione ho imparato a scrivere di volontariato, dei problemi del terzo settore, di belle storie di integrazione e multicultura, di innovazione e lavoro, di ambientalismo, di scuola e di università. Nel novembre del 2015 è nato il mio blog autore, ClickUniversità, sempre di Repubblica dove racconto la vita degli universitari, le storie di chi - con una laurea in mano - riesce ancora a farcela e di chi è costretto a emigrare. E poi ancora, a Palermo, le collaborazioni con I Quaderni de L'Ora, il giornale culturale francese Cafè Babel e le dirette radiofoniche con Radio 100 passi. Ma non ho mai dimenticato la mia prima casa, Vallelunga, che ho raccontato sul sito Magaze.it, sul quotidiano La Sicilia e sul periodico culturale da me diretto, La Radice. Lettrice instancabile, ho moderato la presentazione di diversi libri e ho ideato e realizzato due edizioni del Festival del Libro. Adesso sono una terrona a Milano, ma il mio cuore resta alla Cala mentre ammiro i tramonti sui Navigli.

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