Le Storie

Il Canto dell’Upupa di Roberto Mistretta, un noir al cardiopalma

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La vostra Patti Holmes, oggi, vi fa penetrare tra le pieghe de “Il canto dell’upupa“, un avvincente noir di Roberto Mistretta. 

Giornalista e scrittore siciliano, elegge a suo protagonista il burbero e impacciato maresciallo dei carabinieri Saverio Bonanno, meravigliosamente “umano troppo umano”,  che risolve questo misterioso caso seguendo le tracce di un ragazzino e di un’upupa, terribile sigla dietro la quale si nasconde, sulla Rete, una inquietante organizzazione di pedofili.

Sulle tracce del pestaggio che ha ridotto in fin di vita un pappone, seguito dall’efferato omicidio di un mite elettricista con la passione per la tecnologia, Saverio Bonanno si affaccia sul lato più oscuro dell’animo umano simboleggiato dall’upupa e io, come nipote di Sherlock Holmes, mi sono ritrovata avviluppata nella trama, con gli occhi incollati alle pagine, desiderosa di arrivare alla soluzione e, allo stesso tempo, di continuare la lettura e non scoprirla mai.

Ma perché la scelta dell’upupa per il titolo?

L’ipotesi è legata a ciò che ha rappresentato in tante culture: nell’antico Egitto, ad esempio, veniva considerato un uccello sacro, tanto che era proibito ucciderlo e spesso veniva raffigurato su tombe e templi. Nella mitologia greca e latina era ritenuto un essere spregevole. Nelle Metamorfosi di Ovidio il re di Tracia Tereo quando la moglie Procne, venuta a conoscenza dello stupro della sorella Filomela da parte del marito, gli serve delle pietanze cucinate con la carne del loro figlio, Iti, tenta di ucciderla e viene tramutato in upupa, forse per la cresta che ne indica la regalità e il becco lungo e appuntito la natura violenta che gli era propria.

In numerosi altri Paesi, invece, sentirne il canto al tramonto è considerato un presagio di sventura. Mentre nel cristianesimo  è simbolo del peccato. Tanto che Filippo di Thaon, monaco e poeta normanno vissuto fra l’XI ed il XII secolo, nel suo Bestiario ne parla in questi termini:

«E il sangue indica il peccato / da cui gli uomini sono legati: quando l’uomo dorme nel peccato, / il peccato alla morte lo trae; allora il diavolo vuole coglierlo di sorpresa e strangolarlo. / Per questo dobbiamo lodare / ed adorare Dio, / perché tale insegnamento / mostra agli uomini: / ci propone un grande esempio / con il comportamento dell’upupa»

Sarà questa natura immaginifica e polivalente che ha reso l’upupa protagonista già nel titolo del libro?

L’autore ha scritto delle parti, in cui il bambino parla in prima persona confessando le sue paure nei compiti di scuola, che sono narrativa horror di altissima qualità, cosa che non stupisce trattandosi di Roberto Mistretta, e altre di lirismo assoluto come quando: “l’upupa continuava a nutrirsi della paura di Marcellino”. Trama e ordito in questo romanzo, intrecciandosi, danno un tessuto di grande pregio, come la lingua siciliana che Roberto Mistretta usa con maestria e a piccole dosi, rispetto al suo maestro Camilleri, rendendo i personaggi estremamente concreti e credibili.

È un uomo provato dalla vita, Saverio Bonanno.

Abbandonato dalla moglie, con una figlia adolescente, Vanessa, la cresce con l’aiuto della madre, donna Alfonsina, a cui le difficoltà fortificano i valori, così ben radicati in lui. Il rosso la fa da padrone in Sicilia, col sangue che, troppe volte, ne lorda le strade. Con le passioni, a volte, torbide e nascoste; con quel cadavere con cui deve fare i conti Bonanno, “non troppo amico dei bambini” sussurrano i bene informati, che, però, non ascolta, consapevole di avere un fiuto che non sbaglia mai e un intuito che lo guida sempre verso la soluzione.

L’entrata in scena dell’upupa col suo canto cupo e lugubre e Salomone, che invade la rete con la promessa della venuta di un nuovo millennio, nomi altisonanti di personaggi intoccabili, producono una infinita serie di domande che attendono una risposta. Tra false piste, bambini dagli occhi tristi, una focosa assistente sociale e diversi ricatti, il maresciallo si farà largo in quella che è una vicenda che ha a che fare con la tragedia delle tragedia, il buio nei nostri occhi che lui cercherà di diradare.

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La Villabosco dei suoi romanzi, ubicata fra il Monte San Vito e la Valle del Platani e il territorio del Vallone che, nella trasfigurazione letteraria, prende il nome di Montanvalle, per alludere al saliscendi di alture e pianure, è Mussomeli, dove lo scrittore e giornalista de “La Sicilia” vive.

Tanti i personaggi che lo circondano e che tratteggia, sapientemente, con pennellate che li delineano, facendone piccoli grandi camei.

Tra questi il fidato brigadiere Steppani, patito di motori, e Rosalia, l’avvenente assistente sociale, una new entry che diventa importante nella vita del maresciallo. Siccome, però, il mistero svelato è un mistero svilito, null’altro aggiungerò su questo avvincente noir; sarà l’autore, se lo vorrà, a rivelarci nuovi elementi d’indagine che voi, cari miei Watson, aspettate impazientemente e che io, con la curiosità che mi contraddistingue, cercherò di portare a galla.

Caro Dottore Mistretta, essendo una sua affezionata lettrice e fan di Saverio Bonanno, la prima domanda che mi sorge spontanea è come nasce il suo maresciallo Bonanno.

La mia idea di romanzo sta nel cogliere e assemblare la realtà di ogni giorno nelle sue diverse sfaccettature, così da risultare verosimile nel dipanarsi anche tra le pagine di un libro di fantasia. Il maresciallo Saverio Bonanno nasce dalla voglia di incarnare un ideale di giustizia nelle pieghe dimenticate delle nostre disastrate terre di frontiera, dove da sempre l’uniforme della Benemerita Arma dei Carabinieri ha rappresentato e rappresenta, per quanto mi riguarda, quello Stato assente e lontano, troppo spesso sostituito da ben altri soggetti a noi siciliani purtroppo ben noti.

Ha avuto un modello di riferimento?

Nella mia attività giornalistica ho conosciuto tanti marescialli, giovani e meno giovani, capaci e meno capaci, atletici e decisamente sovrappeso, motivati e delusi, caparbi e sottomessi.

L’elenco delle caratteristiche potrebbe continuare a lungo. Questo per dire che il maresciallo Saverio Bonanno è venuto fuori dalla fusione di tanti elementi che gli hanno dato personalità e una vita propria, certo non priva di calci in faccia, che pur avendolo scosso nel profondo, non l’hanno spezzato. Ho preferito concentrarmi e cesellare l’umile figura di un maresciallo perché penso si presti meglio ad incarnare quell’animo sanguigno che pervade la nostra gente, e quindi a parlare lo stesso linguaggio del cosiddetto popolino.

E’ sempre stato appassionato di noir o, in lei, il germe è nato all’improvviso?

Come ci ricorda Manchette, “Il buon romanzo noir è un romanzo sociale, un romanzo di critica sociale; racconta vicende criminose, ma cerca di fornire un ritratto della società in un certo luogo e in un certo momento”. Ho scoperto di amare profondamente il noir mediterraneo quando scrissi il mio primo romanzo, “Cronache di provincia”, finalista al premio Tedeschi del Giallo Mondadori. Da allora non l’ho più lasciato, anche se non disdegno altri generi, come la narrativa per ragazzi. O le biografie di grandi siciliani.

Per questo secondo caso si è ispirato a qualche fatto di cronaca in particolare?

Come scrivo nella mia nota ad inizio romanzo, l’impellenza di scrivere Il canto dell’upupa nacque a seguito di un fatto di pedofilia avvenuto in un degradato quartiere di una delle nostre civilissime città. Ne rimasi molto colpito e provai a dare voce a quei bambini abusati e derubati della propria innocenza. Provai a dare voce a un fenomeno sommerso di cui la cronaca si occupa soltanto quando il danno è compiuto.

E i fatti di cui abbiamo notizia in questi giorni, confermano quanto il fenomeno sia diffusissimo a livello planetario. E in ogni adulto abusato da bambino, c’è ancora quel bimbo spaventato che grida senza voce e aspetta di essere salvato. Certo un libro da solo può far poco, ma prendere consapevolezza che tali abomini esistono anche ai nostri giorni, è il primo passo per costruire una società senza orchi, battaglia che da decenni porta avanti senza sosta le meritoria associazione “Meter” di don Fortunato Di Noto.

Ci descriva questo uomo dello Stato che tanta simpatia ed empatia suscita nei lettori.

Non si può chiedere ad un padre di descrivere il proprio figlio: sarei sfacciatamente partigiano. Preferisco siano i lettori a scoprirlo.

C’è qualcosa che vi accomuna?

Credo che ci accomuni una visione ideale di giustizia. Vale a dire dare voce a chi voce non ha e quindi schierarsi dalla parte dei deboli per contrastare i soprusi dei prepotenti che allignano sempre ad ogni latitudine. Anche se questo comporta di pagare poi in prima persona lo scotto di tali scelte. Giuste, giustissime, ma certo poco convenienti in termini di personale tornaconto. Moneta sempre di moda nel nostro piccolo mondo ricco di ominicchi e quaquaraquà, come diceva Sciascia.

E qualcosa che, invece, vi allontana?

Non so proprio come Bonanno possa lasciarsi influenzare, per fortuna non in maniera incisiva, dalla lettura dell’oroscopo. Nella vita reale tuttavia mi sono accorto che sono tantissimi coloro che consultano giornalmente l’oroscopo, ne parlano, lo commentano. E magari non sanno neppure lontanamente chi era Ipparco da Nicea, il più grande astronomo dell’antichità, da molti considerare il fondatore dell’astrometria. Anche Bonanno lo ignora bellamente.

Tra “Un’indagine siciliana” e “Il canto dell’upupa”, il lettore troverà un fil rouge, visto che il rosso domina la nostra isola?

Il fil rouge nel noir è obbligatorio. Come abilmente scritto in quarta di copertina, omaggio all’elegia del giallo di Sicilia di Bufalino, “In Sicilia il rosso la fa da padrone.

Rosso delle arance che crescono rigogliose, rosso dei fichi d’India maturi, rosso del sole che la infuoca, delle passioni che infiammano i suoi abitanti. Anche il rosso del sangue che ne macchia la terra. Come quello del cadavere con cui deve fare i conti Saverio Bonanno, maresciallo dell’Arma dei Carabinieri, animo sanguigno e qualche chilo di troppo”. Un fil rouge che consentirà al nostro Bonanno, seguendolo e dipanandolo un pezzetto alla volta, di guardare nel buio che alberga in ogni cuore umano.

Ci può accennare qualcosa, visto che non vedo l’ora di leggerlo, sul “Diadema di pietra”, terza avventura di Saverio Bonanno che uscirà nel 2019?

De Il diadema di pietra, terzo libro in ordine cronologico delle indagini del maresciallo Bonanno è stato scritto: “L’atroce barbarie della guerra civile balcanica fa da cornice a un mosaico angosciante che predica la violenza sui più deboli. Un ferimento, fatto passare per incidente, rovina la prima cena romantica del nostro eroe. Sarà seguito da un delitto infame che lo catapulta in una storia inquietante e caleidoscopica piena di sfaccettature.

Ma gli ostacoli, la presunzione dei superiori e il piano perverso della mente crudele di una mantide non l’avranno vinta su Bonanno. Esaltato dalla complice e rassicurante tenerezza di Rosalia.” Ne Il diadema di pietra, Bonanno dovrà vedersela con un personaggio classico del noir, la mantide, dovrà bypassare l’ottusa arroganza del suo superiore di grado, e pur senza saperlo, consentirà a un bimbo kossovaro a cui la guerra ha rubato tutto, di trovare finalmente un po’ di pace.

Ci dà una sua visione della Sicilia?

La Sicilia è madre e figlia, moglie e compagna, amica e amante. La Sicilia è tutto. È un’isola meravigliosa, è la nostra terra, e dobbiamo imparare ad amarla. E a difenderla. Anche scrivendone, raccontando del suo sole, dei suoi odori, dei suoi sapori, di paesaggi e scenari che non hanno eguali, senza tacere degli scempi provocati dagli stessi siciliani. Nei miei romanzi, faccio conoscere al lettore paesini medievali, città barocche, realtà inconsuete di provincia, fatti storici semisconosciuti, tradizioni.

Faccio anche gustare i nostri ficodindia, gli arancini, pane e panelle, i mustazzola.

Racconto una Sicilia che pur con le sue mille contraddizioni, è un gioiello incastonato nel cobalto del Mediterraneo. Crocevia di varie civiltà di cui i nostri geni sono impastati e la cui generosissima ricchezza e accoglienza la si ritrova in ogni luogo.

Un posto unico al mondo dove nascerei mille e mille altre volte ancora.

La ringraziamo per l’intervista e ad maiora semper.

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Giusi Patti

Giusi Patti

Mi chiamo Giusi Patti, ma sono anche la Dottoressa Pattin, Giuseisha e Patti Holmes. Una e tante. Mi definisco un "complesso", anzi un condominio di donne che coabitano pacificamente. La prima, l'originale, è laureata in filosofia; la seconda è una studiosa, specializzata in "uomini e donne d-istruzioni per l'uso"; la terza è una guru del sorriso e la quarta, infine, un'indagatrice. Tutte, proprio tutte, sono legate da un fil rouge che è l'amore per i viaggi fatti e in sognati, ma sempre conditi da miti e leggende. Chiedetemi e cercherò di soddisfare ogni vostra curiosità con pensieri parole opere e mai omissioni. Parola mia.

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