Itinerari

Alla scoperta dei labirinti di Sicilia: tra Erice, Donnafugata e Castel di Lucio

Nel labirinto non ci si perde
Nel labirinto ci si trova
Non si incontra il Minotauro
Nel labirinto si incontra se stessi.
(H. Kern)

Oggi la vostra Patti Holmes, essendo in vena di filosofeggiare, vuole condurvi dentro una narrazione in cui potreste perdevi o ritrovare la strada. La seconda ipotesi è realizzabile solo se vi fiderete e affiderete a lei, vostra illuminata o fulminata, a seconda dei punti di vista, guida. Siete pronti per questo misterioso viaggio? Bene, allora, partiamo.

Il nostro argomento principe sarà il labirinto che, visto nell’immaginario collettivo come luogo “fisico”, è, spesso, costruzione “mentale” irta di ostacoli, che lo fa apparire una prigione che ributta “dentro”, non facendo mai arrivare al “fuori”. Ma qual è la sua uscita e, soprattutto, vogliamo trovarla?

Chi vuole abbandonarlo deve sapere che dovrà:
1) ripercorrere i suoi passi;

2) allontanarsi dal passato;

3) accogliere un inizio che è, anche, fine;

4) rinunciare a ciò che era e abbracciare un nuovo piano dell’esistenza.

Il suo mito è legato a Minosse, re di Creta.

Il sovrano, rifiutandosi di sacrificare un toro inviatogli da Poseidone, provoca nel dio una reazione talmente violenta da indurlo a suscitare in Pasifae, la regina, un’insana passione proprio nei confronti dell’’animale. Da questa unione nascerà il Minotauro, che sarà imprigionato nel famoso labirinto costruito da Dedalo.

Quando Androgeo, uno dei figli di Minosse, viene ucciso ad Atene, il re, padre distrutto dal dolore, mossa e vinta la guerra contro il sovrano ateniese “Egeo”, impone che, ogni nove anni, sette fanciulle e sette fanciulli siano dati in pasto alla mostruosa creatura. L’epica vicenda di Teseo, principe di Atene, comincia proprio nel momento in cui, coraggiosamente, si offre volontario.

In Durrenmatt, scrittore, drammaturgo e pittore svizzero, il dedalo è un’immane foresta di specchi.

Qui la figura del “Minotauro”, letta come vittima innocente, inconsapevole di essere figlio del peccato e incolpevole della sua natura, vede moltiplicata all’infinito la propria immagine. In Calvino compare la “resa al labirinto”, secondo cui a perdere è chi ne resta fuori e crede di vincerlo, non rendendosi conto, però, che la sua esistenza non è altro che un forzato passaggio dall’uno all’altro.

In Borges, invece, è il vortice dei pensieri che avvolge l’uomo.

Labirinto visto come “La biblioteca di Babele”, in cui il mondo è un libro, o come ne “Il Nome della Rosa”, in cui l’azione si svolge prevalentemente nella grande biblioteca del monastero, luogo di conoscenza e perdizione, centrale e disorientante.

Leggendovi dentro, so che vi starete chiedendo cosa c’entri la Sicilia con questa costruzione che confonde, nasconde e fa perdere. E io vi rispondo, facendovi tre esempi.

1) Nel 1986, sul soffitto della “Grotta di Polifemo”, nel litorale del territorio ericino, Giovanni Vultaggio, presidente dell’Archeoclub di Trapani, scopre il “pittogramma”, un arcaico labirinto di tipo classico datato, dall’archeologo Sebastiano Tusa, intorno al 3000 a. C.

2) A “Donnafugata” ne troviamo uno che, realizzato con muretti a secco in pietra bianca e sorvegliato all’ingresso da un soldato di pietra, presenta la stessa forma trapezoidale di quello inglese di “Hampton Court”, con siepi di rose rampicanti impedenti la vista e lo scavalcamento delle corsie.

3) A pochi chilometri da Castel di Lucio, infine, “Il labirinto di Arianna”(1989), opera di Italo Lanfredini voluta da Antonio Presti, creatore della Fiumara d’Arte, che, rappresentando uno dei primissimi esperimenti di “Land Art” in Sicilia, si rifà proprio all’idea del labirinto cretese, che da un unico percorso conduce dall’esterno al centro e dal centro verso l’esterno attraverso un lungo corridoio alto e a cielo aperto. Il viaggio in questo dedalo ha una durata di una ventina di minuti.

Voglio concludere questo viaggio con la riflessione di Grègoire Lacroix: “L’uomo è nello stesso tempo il labirinto e il viandante che si perde”. A me non resta che augurarvi un buon ritrovamento.

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Giusi Patti

Giusi Patti

Mi chiamo Giusi Patti, ma sono anche la Dottoressa Pattin, Giuseisha e Patti Holmes. Una e tante. Mi definisco un "complesso", anzi un condominio di donne che coabitano pacificamente. La prima, l'originale, è laureata in filosofia; la seconda è una studiosa, specializzata in "uomini e donne d-istruzioni per l'uso"; la terza è una guru del sorriso e la quarta, infine, un'indagatrice. Tutte, proprio tutte, sono legate da un fil rouge che è l'amore per i viaggi fatti e in sognati, ma sempre conditi da miti e leggende. Chiedetemi e cercherò di soddisfare ogni vostra curiosità con pensieri parole opere e mai omissioni. Parola mia.

1 Comment

  1. 1 Gennaio 2018 at 19:49 — Rispondi

    L’autrice dell’articolo ha dimenticato di dire che il pittogramma in ocra rossa sul soffitto della Grotta di Polifemo non è un vero labirinto: sia il citato Hermann Kern, sia gli studiosi di labirinti sanno benissimo che un vero labirinto ha un centro ed i corridoi comunicanti tra loro, elementi che mancano nel simbolo della grotta di Erice. Anche Jeff Saward il maggior esperto di labirinti al mondo me lo ha confermato personalmente. La foto utilizzata in questo articolo E’ STATA SCATTATA DA ME come possono dimostrare i protocolli della Biblioteca Universitaria di Catania nell’aprile e nel luglio 2015. In un mio dettagliato articolo on line – http://www.ipercultura.com/labirinto-nella-grotta-di-polifemo-ad-erice-al-solstizio-estivo.htm – è anche descritto l’interessantissimo fenomeno solare, scoperto da chi scrive, che svela le vere funzioni arcaiche del simbolo.

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