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Totò Genio: a Catania la mostra dedicata al principe della risata

“Signorina, io recito solo nei miei brutti film”. Così il principe Antonio De Curtis ad Oriana Fallaci in una famosa intervista. I suoi ‘brutti film’ (diceva che soltanto pochissimi dei 97 complessivi gli erano piaciuti), sono oggi la testimonianza di un artista geniale, impossibile da etichettare, capace di superare ogni confine storico e geografico.

Dopo il successo a Napoli, Lugano e Roma arriva a Catania la mostra Totò Genio, visitabile fino all’1 maggio, nella nuovissima Galleria di Arte Moderna (ex Convento di Santa Chiara). L’evento, curato da Alessandro Nicosia e Vincenzo Mollica, è promosso dall’Associazione Antonio de Curtis, in arte Totò e dal Comune di Napoli, con la partnership di Rai Teche, Istituto Luce Cinecittà e SIAE.

È un viaggio intenso nella vita dell’uomo e del personaggio, del Principe Antonio de Curtis e del Totò piccolo borghese, tra Miseria e Nobiltà, riso e malinconia. In mezzo a costumi di scena originali, foto d’epoca, alcune inedite, e brevi proiezioni si (ri)scopre l’artista poliedrico e coraggioso, il poeta emozionato, la marionetta esilarante, l’uomo autentico. Niente viene tralasciato: il teatro e le prime riviste, la necessità di un rapporto diretto con il pubblico, la canzone e la poesia, fino al cinema, alla televisione e alla pubblicità.

Emozionante leggere i dattiloscritti originali delle poesie e delle canzoni, tra cui ‘A livella e Malafemmena con le modifiche a penna dello stesso Totò, che continuò a rivederle anche molto dopo averle concluse. E ancora pagine di giornali e riviste, molte direttamente dalla collezione Vincenzo Mollica, con recensioni e commenti sull’opera del ‘folletto di Napoli’. E infine le parole con cui lo ricordano grandi artisti come Eduardo e Peppino de Filippo, Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini.

Proprio Pasolini dà di Totò una delle descrizioni più belle e profonde:

Nel mio film io ho scelto Totò per la sua natura, diciamo così, doppia. Da una parte c’è il sottoproletariato napoletano, e dall’altra c’è il puro e semplice clown, il burattino snodato, l’uomo dei lazzi e degli sberleffi. Nel fondo di Totò c’era una dolcezza, un atteggiamento buono e al limite qualunquistico, ma di quel tipico qualunquismo napoletano che non è qualunquismo, che è innocenza, che è distacco dalle cose, che è estrema saggezza, decrepita saggezza.

La mostra riserva ulteriori sorprese: gli schizzi realizzati da Fellini che hanno come protagonista lo stesso Totò, numerosi ritratti, opera di famosi fumettisti e disegnatori, e le tavole di un prestigioso storyboard, quelle che Pasolini creò personalmente per il cortometraggio La Terra vista dalla Luna la seconda e penultima volta in cui lavorerà con Totò.

La visita diventa un assaggio dell’immensa produzione artistica che Totò ci ha lasciato, in cui parla di amore e morte, fame e ambizione, fede e superstizione, sullo sfondo della sua Napoli, l’unica città che può racchiudere tali contraddizioni.

Lasciando la mostra si legge:

Io so a memoria la miseria, la miseria è il copione della vera comicità. Non si può far ridere se non si conoscono bene il dolore, la fame, il freddo, l’amore senza speranza, la disperazione della solitudine di certe squallide camerette ammobiliate alla fine di una recita in un teatrucolo di provincia; e la vergogna dei pantaloni sfondati, la prepotenza esosa degli impresari, la cattiveria del pubblico senza educazione. Insomma, non si può essere un vero attore comico senza aver fatto guerra con la vita.   Totò

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Vincenzo Nugara

Vincenzo Nugara

Più che un viaggiatore mi definirei un pendolare. Innanzitutto nel senso tradizionale: viaggio da anni dal mio paese, San Giovanni Gemini, prima per frequentare il Liceo Classico, ora per studiare Fisica. L’essere pendolare cambia inevitabilmente il modo di pensare, l’idea stessa di casa, di viaggio, di mondo. E così ho cominciato a fare il pendolare anche in un’altra dimensione: l’Arte. Ho iniziato a viaggiare incessantemente tra la Letteratura, le Arti Figurative, il Teatro, la Musica e il Cinema. Solo così ho imparato ad amare insieme Kubrick e Moresco, De André e Tarantino, Messi e Leopardi (sì, Messi è nelle Arti Figurative). Cosa c’è di particolare nell’essere pendolare? La necessità di ritornare sempre, e il non sapere se e dove il viaggio si concluderà.

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