Le Storie

Peppino Romano, un grande ritrattista eternatore di attimi fuggenti

Oggi la vostra Patti Holmes, contrariamente al solito, svegliatasi un pò diva e ricordando di aver lasciato in sospeso un incontro che vi aveva molto incuriosito, ha pensato tra sé e sé: “Qual è il luogo in cui, circondata da icone di stile e bellezza eternate da uno scatto, potrei sentirmi simile a loro e, quindi, unica e speciale?” Cari miei Watson, io la riposta me la sono data ma, essendo bastard inside, voglio che me la diate anche voi e, per questo, vi fornirò tanti, ma tanti criptici indizi. Siete pronti a scoprire chi sarà il grande protagonista di questa intervista? Eccovi, allora, il suo identikit:

1) E’ un giovane uomo che, lasciata la città aretusea da bambino, si trasferisce con la famiglia in quella dominata dal Monte Pellegrino, l’Elicona siculo, che dall’alto veglia su “Panormos”.

2) E’ un ritrattista contemporaneo.

3) Ricercatore di bellezza e suggestioni.

4) Scrittore con la luce (phos-grafia) di meravigliosi poemi sull’universo femminile.

5) Eternatore di istanti.

6) Ierofante della phototherapy.

Ammetto di avervi messo duramente alla prova, ma aggiungo, per schiarire un po’ le vostre idee, che questo grande fotografo, spero che le radici greche vi abbiano rivelato almeno la sua professione, custodisce emozioni e memorie mute che riesce a cristallizzare attraverso memorabili scatti. The Ladies and Gentlemen, ecco a voi: “Peppino Romano”. Prima d’incontrarlo, però, voglio raccontarvi come lo vedo io, per scoprire se, alla fine, la mia visione combacerà con la realtà. Se così fosse, una volta di più, potrò dire di avere un fiuto infallibile.

Peppino Romano, per me, è come se registrasse su pellicola fotogrammi di intense pièces teatrali che hanno per palcoscenico la vita. I suoi ritratti intensi ed emozionali sono quadri palpitanti che vanno oltre la superficie, portando alla luce la personalità dei soggetti che fotografa. I suoi non sono semplici scatti, ma atti creativi che fissano gli occhi intensi di inconsapevoli Sherazade o di enigmatiche Gioconde, mani divinatorie, colli modiglianei, registrandone la metamorfosi da riservate ed esitanti a risolute e pronte a mettersi in gioco. La sua fotografia è pittorica ed evocativa e il suo occhio una finestra sull’animo umano che, in battiti di palpebre, riesce a cogliere in ogni sua sfumatura. Ma bando alle ciance e che l’intervista abbia inizio.

Caro Peppino sono molto felice di questa nostra chiacchierata. Sappi, però, che, essendo nipote di Sherlock Holmes, amo indagare e, quindi, preparati a ritrovarti sotto la mia lente d’ingrandimento che è, per me, ciò che l’obiettivo fotografico è per te. Sei pronto a rivelarti al grande pubblico de “I Viaggi di Cicerone”?

“Certo cara Patti Holmes. Sono curioso delle domande che mi porrai”.

Partiamo con la prima curiosità. Com’è nato il tuo amore per la fotografia?

“Nasce per gioco. A otto anni, con la mia prima macchina, cominciai a fotografare tutto, perché nel tutto indefinito trovavo sempre qualcosa che avesse la forza di colpirmi. Poi, ad un tratto, iniziai a sentire forti emozioni e capii che qualcosa era cambiato, il gioco si era fatto serio”.

Come Peppino Romano ritrarrebbe se stesso?

“Sicuramente, patendo l’obiettivo, con la faccia da pazzoide o facendo il buffone, per nascondere il mio imbarazzo”.

Ho intercettato, però, una tua foto che ti vede dall’altra parte dell’obiettivo, in cui appari modello navigato che, bello e sfrontato, lo sfida, altro che patirlo.

“Credimi, in quel momento ero impacciatissimo, ma ho pensato che dovevo superare quell’impasse dando il massimo e nascondendo l’inadeguatezza che sentivo. Il risultato mostra la parte di me a cui ho imposto di emergere”.

Le meravigliose donne che fotografi, da cui traspare l’anima, le conosci prima dello shooting? In loro è come se facessi apparire le ali della libertà, trasformandole da crisalidi in farfalle.

“Alcune, amiche e non, amano farsi fotografare, altre molto meno, ma con tutte, proprio tutte, faccio lunghe chiacchierate per rompere il ghiaccio e scoprirne il vissuto attraverso il linguaggio muto delle mani, che tradisce le parole, e gli occhi che, non dicendo, dicono. Ti confesso, però, che ci sono donne di straordinaria bellezza a cui devo modificare lo sguardo critico che non le fa vedere come realmente sono. Io, da parte mia, devo riuscire a vincere la timidezza che, capace di bloccare, è nemica del ritratto, ma quando colgo quell’attimo, che non posso lasciarmi sfuggire, mi capita di andare in apnea, dimenticare di respirare pur di fissare quel tassello di verità e bellezza. Mi rendo conto di questa mia sospensione, quasi dalla vita, solo quando la macchina fotografica s’impalla”.

Il fotografo è colui che scrive con la luce e tu , che oggi da osservatore sei l’osservato, non immagini quanto si illumini il tuo viso parlando di questo tuo mondo, in cui arte e vita sono uniti indissolubilmente.

“Io amo perdutamente ciò che faccio e mi emoziono sempre nel parlare e rivedere i miei scatti, a maggior ragione se, per raggiungere quella perfezione, il percorso è stato difficile”.

Richard Avedon affermava che: “Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa di essenziale. E’ come se mi fossi dimenticato di svegliarmi”. Ti rivedi nelle sue parole?

“Assolutamente sì, perché la fotografia è una passione, una disciplina, un lavoro e un grande amore. Racchiude in sé tante cose, mescolate insieme. Si possono ammirare e creare mondi diversi, ognuno seguendo la propria strada. C’è chi è innamorato del paesaggio, chi dello still life e chi, come me, dei ritratti”.

Secondo te la fotografia s’impara o è un talento naturale?

“La fotografia, premesso che il germe devi averlo in te, si impara e si perfeziona essenzialmente studiando la tecnica, provando, guardando i lavori degli altri, andando in giro per mostre e scattando un’infinità di foto. Si sbaglia, si riprova e ci si impegna per ottenere risultati sempre migliori”.

Tu hai frequentato corsi di fotografia?

“Sì, un corso base con specializzazione in fotografia di moda che mi ha portato a collaborare con importanti agenzie, che mi pagavano per fare il book delle modelle”.

Tu hai scelto l’arte fotografica dei ritratti. Quali capacità deve avere un “ritrattista”?

“La capacità di entrare in contatto intimo con un’emozione o un sentimento; l’empatia per entrare in connessione profonda col soggetto e catturarne l’attimo che, da fuggente, deve diventare permanente. In molti dicono che sono “famoso” per il modo in cui riesco a catturare l’anima dei miei soggetti, ma per me un bravo fotografo deve fare questo, svelare i segreti che si nascondono in ognuno di noi”.

Ti definiscono il mago di photoshop e, allo stesso tempo, le tue foto sono considerate “arte”. Come rispondi?

“Rispondo che sono semplicemente ossessionato dal bello e dalla perfezione che inseguo, quasi in modo patologico, sui volti delle mie clienti. Cerco di raccontare le loro vite attraverso il mio occhio fotografico e di renderle perfette. Eterne”.

Se dovessi dirmi cosa ricerchi in assoluto, quale sarebbe la tua risposta?

“Che sono alla perenne ricerca dell’energia della vita che vado a scovare nelle storie dei soggetti che intervisto, ancora prima di fotografarli. In genere riesco a trovarla e con essa, pure, la felicità”.

Ogni tua foto è un mondo a sé, come le donne e gli uomini che racconti.

“A me piace da morire l’idea di aiutarli a distinguersi e fare, così, la differenza”.

Caro Peppino il tuo stile è inconfondibile e ti rivelo che, oggi, essendomi svegliata un pò diva, ho pensato che un giorno mi piacerebbe essere ritratta da te. Chissà che attraverso le tue foto non scopra parti di me che non conosco.

“Patti Holmes, già vedo in te il mondo che non appare”.

Grazie Peppino, ciò che hai detto mi incuriosisce molto. Ultima curiosità prima dei saluti. Hai fotografato anche l’altra metà della mela. In cosa differiscono, nell’approccio con l’obiettivo, uomini e donne?

“Ti dirò che la donna si mette più in gioco, ognuna ovviamente con i suoi tempi, l’uomo, invece, anche il più sfrontato si intimidisce”.

Sarà perché noi siamo più generose e divertenti?

(Sorridendo) “In questa querelle non entro, essendo uomo e amando le donne”.

Ringrazio Peppino Romano, “aristocratico dell’eleganza” e “signore della spontanea ricercatezza”, per avermi fatto viaggiare verso altri mondi, quelli che ogni foto mi ha regalato e chiudo con una citazione di Isabelle Allende che, in “Ritratto in seppia”, avvicina la scrittura alla fotografia: “La fotografia e la scrittura costituiscono un tentativo di cogliere quegli istanti prima che svaniscano, di fissare i ricordi per dare un senso alla vita”.

La vostra Patti Holmes, che per il momento passa e chiude, vi dà appuntamento alla prossima storia.

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Giusi Patti

Giusi Patti

Mi chiamo Giusi Patti, ma sono anche la Dottoressa Pattin, Giuseisha e Patti Holmes. Una e tante. Mi definisco un "complesso", anzi un condominio di donne che coabitano pacificamente. La prima, l'originale, è laureata in filosofia; la seconda è una studiosa, specializzata in "uomini e donne d-istruzioni per l'uso"; la terza è una guru del sorriso e la quarta, infine, un'indagatrice. Tutte, proprio tutte, sono legate da un fil rouge che è l'amore per i viaggi fatti e in sognati, ma sempre conditi da miti e leggende. Chiedetemi e cercherò di soddisfare ogni vostra curiosità con pensieri parole opere e mai omissioni. Parola mia.

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