Le Storie

Lessico familiare di un paese siciliano

La villa. Le giostre. Le panchine rosse. La posta. Il calvario. L’agip. Il pub. L’acca. Il campo. La scavolini. Lo spiazzale.

Cosa vi dicono queste parole? Niente di che. A meno che non siate di Vallelunga. A meno che non siate cresciuti a Vallelunga.

Potete essere andati via dal paese da adulti come da ragazzini, ma se siete cresciuti lì sapete cosa significano. Perché quelle sopra elencate sono le parole chiave di ricordi di serate d’estate e d’inverno, senza distinzione alcuna. Di quelle serate fredde passate tutti rannicchiati sulle panchine della posta. O con le auto parcheggiate allo spiazzale. Ognuno sulla propria auto a conversare con il vicino semplicemente abbassando il finestrino.

Queste sono le parole chiave di ricordi di lunghe passeggiate all’agip. Andata e ritorno verso la caserma, senza un motivo. Si ricominciava a percorrere quel tratto, dall’inizio alla fine, parlando. Ci si stringeva nei giubbotti se c’era freddo, si camminava spensierati se era un’afosa serata estiva. E se era La Madonna si arrivava fino alle giostre, sempre lì, nello spiazzale. E se c’erano le partite, tutti al campo.

E se era un sabato sera (per me durante il periodo del liceo), tutti al pub ad ascoltare la band di turno. E se tutto andava bene si finiva a ballare sopra i tavoli. Alla villa si andava durante le prime Notti Bianche o per le proiezioni di film nelle serate estive. I noti “Cinema sotto le stelle”. Da piccolini, invece, per la festa dell’albero.

A calvario magari per tagliare a fette una torta di compleanno e per un brindisi tra amici. I piccoletti si rifugiavano lì per assaggiare le prime sigarette. O per scambiarsi i primi bacio. Un po’ come succedeva alle panchine rosse.

Non parliamo, invece, di cosa poteva accadere nello spiazzale a pochi passi dal cimitero dove, per terra, c’è ancora dipinta di bianco (o almeno dovrebbe esserci) una grande H (il segno che indica il luogo di atterraggio per gli elicotteri di soccorso). Beh, si sa: lì ci andava chi era pronto per andare oltre il primo bacio.

E poi c’eravamo noi, un gruppo di amiche su una matiz bianca, che non sapendo cosa fare decideva di raggiungere l’Acca per iniziare a suonare il clacson e subito scappare. Quante coppie avremmo fatto spaventare? E ogni volta era un misto di lacrime e risate. Perché, per essere felici in un paesino di una provincia siciliana, bastava questo.

Una panchina, un luogo in cui passeggiare, le giostre e gli autoscontri. E c’era chi sperava anche nell’arrivo del tappeto volante. Allora si, quella Madonna sarebbe stata una festa bellissima. Tutti in fila, anche per mezz’ora, per attendere il proprio turno. Ci bastava una gradinata piccola di un negozio di mobili, per sederci lì e lì passare la serata. Gruppi di tre persone, ma anche di dieci. Luoghi di ritrovo improvvisati e comunicati con sms. “Si è liberata la scavolini. Vieni”. Cosa vi dicono queste parole? Per me sono nomi di ricordi. E adesso aspetto il Natale per poter tornare lì, dove sono cresciuta, e ripercorrerli tutti.

Ripercorrere tutti i ricordi, sì. Ma il gruppo di amiche non esiste più. Al pub non fanno più le serate con le le band di un tempo. E chissà che fine hanno fatto quelle band. Nello spiazzale troverò parcheggiate auto di neopatentati che non conosco. Al calvario non avrò nessuno da andare a salutare. All’agip c’è sempre meno gente che passeggia. E la posta, da quando non ha più quelle folte chiome di alberi, mi sembra un posto così diverso. Il negozio di mobili è stato sostituito da un locale. Quindi i gradini non possono più fungere da panchine improvvisate.

E le giostre…beh, le giostre arrivano solo a settembre. E io arriverò quattro mesi dopo.

Sarà Natale e la mia casa, mia madre davanti i fornelli, il mio letto d’infanzia, i miei gatti in terrazza, gli album di fotografie di quell’adolescenza tra scavolini e posta, saranno ancora lì, al loro posto, ad aspettarmi. E tornerò la bambina cresciuta in un paese dell’entroterra siciliano che aspetterà la mezzanotte del 24 dicembre per poggiare il bambinello nella sua mangiatoia.

Cos’è, se non questo, il Natale?

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Grazia La Paglia

Grazia La Paglia

Grazia La Paglia. Sono nata e cresciuta nell'entroterra siciliano e ho vissuto (a) Palermo, città che mi ha formato e mi ha regalato un sogno: quello di diventare giornalista. Lì ho collaborato, per la prima volta, con un giornale cartaceo: La Repubblica Palermo, e da quel giorno il capoluogo siciliano è diventato la mia seconda casa. In quella redazione ho imparato a scrivere di volontariato, dei problemi del terzo settore, di belle storie di integrazione e multicultura, di innovazione e lavoro, di ambientalismo, di scuola e di università. Nel novembre del 2015 è nato il mio blog autore, ClickUniversità, sempre di Repubblica dove racconto la vita degli universitari, le storie di chi - con una laurea in mano - riesce ancora a farcela e di chi è costretto a emigrare. E poi ancora, a Palermo, le collaborazioni con I Quaderni de L'Ora, il giornale culturale francese Cafè Babel e le dirette radiofoniche con Radio 100 passi. Ma non ho mai dimenticato la mia prima casa, Vallelunga, che ho raccontato sul sito Magaze.it, sul quotidiano La Sicilia e sul periodico culturale da me diretto, La Radice. Lettrice instancabile, ho moderato la presentazione di diversi libri e ho ideato e realizzato due edizioni del Festival del Libro. Adesso sono una terrona a Milano, ma il mio cuore resta alla Cala mentre ammiro i tramonti sui Navigli.

1 Comment

  1. Andrea Cipolla
    5 dicembre 2017 at 20:44 — Rispondi

    L’Agip dove si andava a prendere un gelato, nella estate del 72 quando sono sceso al paese da Roma trovare i parenti. Bei ricordi !

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