Le Storie

A Catania la mostra su Vivian Maier, un viaggio tra fotografia e poesia

Il viaggio comincia da una cittadina dell’Illinois, Cicero (proprio in onore del nostro Cicerone), alla fine degli anni ‘90. Qui una donna, sola, sta iniziando quello che sarà l’ultimo decennio della sua vita: morirà nel 2009, in seguito a una caduta sul ghiaccio. Il suo nome è Vivian Maier, la tata-fotografa, e in un magazzino preso in affitto si nasconde il senso della sua intera esistenza: scatoloni che custodiscono migliaia di foto, negativi, filmati in 8mm, ma anche ritagli di giornale e persino figurine di giocatori di baseball.

La mostra

Una piccola quanto preziosa parte di quell’inestimabile ricchezza è oggi (e fino al 18 febbraio) esposta a Catania, presso la Fondazione Puglisi Cosentino, a pochi passi dalla splendida Cattedrale di Sant’Agata, in una mostra curata da Anne Morin e Alessandra Mauro e prodotta da Arthemisia, Contrasto, diChroma Photography con il Patrocinio del Comune di Catania.

120 scatti in bianco e nero, alcuni a colori, 4 filmati in 8mm, in uno spazio pensato per far godere al visitatore le opere incontaminate, senza che niente si frapponga tra l’occhio e la foto (per maggiori dettagli sulla mostra: http://www.arte.it/calendario-arte/catania/mostra-vivian-maier-una-fotografa-ritrovata-45023)

 

A chi voglia semplicemente indagare sulla vita di Vivian basta consultare il sito vivianmaier.com o uno delle decine di articoli reperibili in rete.

Scopriranno che Vivian realizzò centinaia di migliaia di scatti in tutto il mondo (da Chicago alla Francia, passando per lo Yemen e le Filippine), che nessuno sapeva della sua arte e che i bambini di cui si prendeva cura la consideravano una sorta di Mary Poppins.

 

Un viaggio ibrido

Ciò che è toccante di Vivian non è tanto la sua doppia vita da tata-fotografa. Quello che colpisce è l’abnegazione di chi ha dedicato tutta la propria vita a una passione, o forse a una missione: la Fotografia. È per questo che è quasi naturale accostarla a quella che è forse la maggiore Poetessa d’America: Emily Dickinson.

Il viaggio che vi proponiamo è un viaggio doppio, ibrido, fra la poesia e la fotografia, tra il bianco e nero di versi scritti e di immagini rubate alla folla. La visita alla mostra, a quel punto, diventerà un’esperienza ancora più potente. Vedremo come le analogie tra le due artiste non sono soltanto biografiche, come i più sono portati a pensare: c’è qualcosa di sostanziale che le lega indissolubilmente.

Emily e Vivian: la vita

I punti di contatto tra Vivian ed Emily sono numerosissimi: entrambe riuscirono a cancellare dalla loro vita quanto non fosse fotografia o poesia; entrambe vissero vedendo ignorata la propria produzione artistica, Emily spesso nascondendo le sue liriche (solo 7 testi su 1789 furono pubblicati prima della sua morte), Vivian sviluppando solo alcuni dei suoi rullini nella sua personale camera oscura, improvvisata nel bagno privato della camera di tata. La storia della letteratura e della fotografia saranno stravolte soltanto dopo, grazie al ritrovamento fortuito di alcune poesie da parte di Vinny, la sorella della Poetessa, e all’acquisto all’asta altrettanto fortunoso per 380$ dei famosi scatoloni stracolmi di materiale (tra cui circa 120.000 scatti) da parte di John Maloof (poi regista del documentario Finding Vivan Maier). Nonostante questa scoperta sia avvenuta due anni prima della morte della Fotografa, Maloof non riuscirà mai a rintracciarla.

Emily e Vivian: l’arte

Eppure non si tratta solo di coincidenze biografiche. Si tratta di stile, di colori (o meglio, di bianco e nero), di temi. Nonostante Emily abbia passato quasi tutta la propria vita in casa mentre Vivian visse e fotografò le strade (oggi è considerata tra i massimi esponenti di street photography), c’è qualcosa in comune tra le due artiste: l’instancabile ricerca di se stesse.

La ricerca di sé

Emily scriveva per sé, cuciva insieme i fogli, con ago e filo; Vivian fotografava per sé, a volte non sviluppava nemmeno i negativi, perché era il momento della scatto che contava. In entrambe la tensione autobiografica è fortissima: gran parte delle poesie ha come protagonista Emily e la sua profonda sensibilità; decine di foto di Vivian la ritraggono riflessa in specchi e vetrine, ritraggono la sua ombra, o si concentrano su particolari che sembra non smettano di attirare (o di inquietare?) il suo sguardo, come le gambe delle donne o le pellicce delle signore che incrociava per strada.

Per un altro aspetto, però, le due creatrici sono complementari: se la Poetessa cerca se stessa nella Natura, la Fotografa invece indugia sulla gente, sullo sguardo dei bambini, sui corpi contratti degli anziani, sulle liti di strada, avvicinandosi talmente tanto ai suoi soggetti da ritrarre non la gente, ma l’Umanità.

Autodidatte, ma non dilettanti

Eppure nessuna delle due era una dilettante: Emily studiò, per lo più da autodidatta, i suoi autori preferiti, tra cui Shakespeare e Keats; Vivian ebbe stretti rapporti con Jeanne Bertrand, fotografa professionista, e spese tutte le sue fortune nello studio della fotografia, acquistando cataloghi, libri sul settore e le sue speciali macchine; la sua preferita sarà la Rolleiflex, “the black box” con la quale scattava tenendola all’altezza del petto. Nonostante all’inizio si pensasse il contrario, Vivian non improvvisava le sue foto, che erano frutto di impegnati studi autonomi. Fu proprio per sfamare la sua immensa passione che finì per vivere in miseria, e, massima ironia, fu per questo che le venne pignorato tutto, compresi i preziosi scatoloni.

La solitudine

Quello che più accomuna le due vicende è però la solitudine. Entrambe vissero, e morirono, da sole, pressoché invisibili. Fu l’invisibilità che permise a Emily di scrivere in un modo sovversivo, rivoluzionario; fu questa stessa invisibilità che concesse a Vivian il privilegio avvicinarsi il più possibile alle vite degli sconosciuti che immortalava.

E tra gli sconosciuti, probabilmente, includeva anche se stessa.

 

La Sfida

Il gioco che vi proponiamo adesso, il fulcro del viaggio, è una sorta di puzzle, che vuole mettere insieme le poesie di Emily e le foto di Vivian, rendendo così la vostra visita unica, tramite gli abbinamenti più audaci.

Noi ve ne proponiamo solo tre, sta a voi continuare. Se volete potete servirvi di ww.emilydickinson.it per l’opera completa di Emily Dickinson e www.vivianmaier.com

Le ultime due considerazioni: le poesie di Emily sono senza titolo, così come le foto di VivianDi Emily Dickinson abbiamo appena due foto (o meglio dagherrotipi), di cui una ritrovata solo nel 2012.

 

Upon the gallows hung a wretch, 

Too sullied for the hell

To which the law entitled him.

As nature’s curtain fell

The one who bore him tottered in, –

For this was woman’s son.

“‘Twere all I had,” she stricken gasped –

Oh, what a livid boon!   

 

Dalla forca pendeva uno sventurato,

Troppo sudicio per l’inferno

Al quale la legge l’aveva indirizzato.

Mentre cadeva il sipario della natura

Colei che l’aveva partorito venne barcollando, –

Perché era figlio di donna.

“Era tutto ciò che avevo”, affranta ansimò –

Oh, che livido dono!

 

How News must feel when travelling  

If News have any Heart

Alighting at the Dwelling

‘Twill enter like a Dart!

What News must think when pondering

If News have any Thought

Concerning the stupendousness

Of its perceiveless freight!

 

What News will do when every Man

Shall comprehend as one

And not in all the Universe

A thing to tell remain?

 

Chissà cosa prova una Notizia quand’è in viaggio

Se le Notizie hanno un Cuore

Scendendo verso la Dimora

In cui entrerà come un Dardo!

Chissà cosa pensa una Notizia quando riflette

Se le Notizie hanno Pensieri

Intorno alla grandiosità

Del loro impercettibile carico!

 

Cosa mai faranno le Notizie quando tutti gli Uomini

Ragioneranno come uno

E nell’intero Universo

Non resterà nulla da dire?

A Wife – at Daybreak – I shall be –

Sunrise – Hast Thou a Flag for me?

At Midnight – I am yet a Maid –

How short it takes to make it Bride –

Then – Midnight – I have passed from Thee –

Unto the East – and Victory.

Midnight – Good Night – I hear them Call –

The Angels bustle in the Hall –

Softly – my Future climbs the Stair –

I fumble at my Childhood’s Prayer –

So soon to be a Child – no more –

Eternity – I’m coming – Sir –

Master – I’ve seen the Face – before –

 

Una Moglie – allo Spuntar del giorno – sarò – 

Aurora – Hai Tu un Vessillo per me?

A Mezzanotte – sarò ancora una Fanciulla –

Come ci vorrà poco a farla Sposa –

Poi – Mezzanotte – sarò passata da Te –

All’Oriente – e alla Vittoria.

Mezzanotte – Buona Notte – li sento Chiamare –

Gli Angeli si affaccendano nell’Atrio –

Delicatamente – il mio Futuro sale le Scale –

Rivado a stento alle Preghiere della mia Infanzia –

Così in fretta non essere più – una Bambina –

Eternità – sto arrivando – Signore –

Maestro – ho già visto – quel Volto –

 

 

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Vincenzo Nugara

Vincenzo Nugara

Più che un viaggiatore mi definirei un pendolare. Innanzitutto nel senso tradizionale: viaggio da anni dal mio paese, San Giovanni Gemini, prima per frequentare il Liceo Classico, ora per studiare Fisica. L’essere pendolare cambia inevitabilmente il modo di pensare, l’idea stessa di casa, di viaggio, di mondo. E così ho cominciato a fare il pendolare anche in un’altra dimensione: l’Arte. Ho iniziato a viaggiare incessantemente tra la Letteratura, le Arti Figurative, il Teatro, la Musica e il Cinema. Solo così ho imparato ad amare insieme Kubrick e Moresco, De André e Tarantino, Messi e Leopardi (sì, Messi è nelle Arti Figurative). Cosa c’è di particolare nell’essere pendolare? La necessità di ritornare sempre, e il non sapere se e dove il viaggio si concluderà.

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